La macchina del funky

Le cinque poltrone che mancano alla Giunta Raggi

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Ragioniere generale, segretario generale, capo di gabinetto, amministratore unico dell’AMA e direttore generale di ATAC. Queste sono le pedine mancanti della Giunta Raggi dopo la nomina degli assessori al Bilancio e al Patrimonio e alle Società Partecipate della scorsa settimana. In più tra un mese scadrà anche il mandato dell’attuale comandante della polizia municipale, Diego Porta, ma in questo caso l’amministrazione si è mossa per tempo ed ha già raccolto le candidature interne di chi aspira a quel posto e dunque potrebbe decidere senza affanni. Più in generale, il 31 ottobre scadranno le nomine di oltre cento dirigenti, in un mese la Raggi dovrà decidere chi confermare e chi sostituire.

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Le cinque poltrone mancanti della Giunta Raggi (Il Messaggero, 2 ottobre 2016)

Se per AMA la scelta comunque arriverà questa settimana, attingendo sempre da competenze del nord, per il ruolo chiave di capo di Gabinetto ancora si sta navigando a vista. Non è cosa da poco: chi ricopre quel posto è colui che sovrintende a tutti gli atti dell’amministrazione, vigila sulla loro legittimità, dovrebbe essere il collaboratore più fidato del sindaco. Da un mese ci si affida a un vice capo di gabinetto vicario, Virginia Proverbio, 57 anni, ereditata da Tronca. Ma è un’anomalia che ci sia un vice senza un titolare. Il problema è che anche per riempire questa casella la Raggi sta incontrando delle difficoltà: ad esempio, era stato individuato Caro Lucrezio Monticelli del Consiglio di Stato, ma ci sono degli ostacoli burocratici.
Non solo: Gian Luca Berruti, ufficiale della Guardia di Finanza molto stimato, inizialmente ipotizzato dalla Raggi per guidare l’anti corruzione, era apparsa un’ottima soluzione per fare il capo di Gabinetto, ma il comandante generale delle Fiamme Gialle ha negato l’autorizzazione. In sintesi: una raffica di no, causata da questo mese di follia, bufere, nomine firmate e poi revocate via Facebook, giudici della corte dei conti chiamati e poi scaricati con l’accusa di qualche M5S di fare parte della casta, ha raffreddato l’entusiasmo di chi all’inizio avrebbe voluto partecipare a un processo di rinnovamento di Roma Capitale.

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