Economia

Laundromat: i soldi russi nelle banche italiane

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Si chiamano Laundromat e si tratta di tre diversi archivi di transazioni bancarie (denominati rispettivamente Azerbaijani Laundromat, Russian Laundromat e Troika Laundromat) dei quali è entrato in possesso Occrp Organized Crime and Corruption Reporting Project a partire dal 2014. Pur diversi per provenienza, i tre archivi contengono transazioni che seguono tutte un identico schema: soldi di dubbia origine, nella disponibilità di società e persone fisiche legate alla Russia, che transitano su conti di società con sede in veri paradisi fiscali e poi entrano in Europa, prevalentemente tramite banche dei paesi baltici.

Laundromat: i soldi russi nelle banche italiane

Della storia parla oggi Gianluca Paolucci sulla Stampa con Cecilia Anesi, Lorenzo Bagnoli e Matteo Civillini di Irpi in una inchiesta che spiega come 100 mila transazioni nell’arco di 10 anni, fino a metà 2017, provenienti da tre diversi database abbiano portato in Italia una cifra vicina ai due miliardi di euro. I soldi sono serviti per comprare di tutto:

Tenute in Toscana e yacht, intere collezioni di grandi stilisti, macchinari per l’industria, l’architetto per la ristrutturazione dell’appartamento di lusso nel cuore di Mosca e l’idraulico per i piccoli lavori nella villa in Italia. Soldi di provenienza illecita o dubbia, finiti nei conti di banche italiane eppure sfuggiti ai controlli antiriciclaggio sempre più rigidi. Il sistema è identico: la società offshore ha un conto in una banca nei paesi baltici e da lì partono i soldi che arrivano in Italia

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I soldi russi nelle banche italiane (La Stampa, primo aprile 2019)

La Ukio Bankas ha portato 1,4 miliardi di euro, la Danske Bank 42 milioni e la AB Banko Snoras 19 milioni. A ricevere i denari soprattutto Banca Intesa (442 milioni) seguita da Unicredit (385 milioni) e il Monte dei Paschi di Siena (145 milioni). Ma ci sono anche i pagamenti offshore per l’acquisto di beni e forniture che poi finiscono in Russia:

Il perché lo spiega un consulente finanziario indipendente: gli importi piccoli e il fatto di essere destinati a aziende che sono esportatori abituali non fanno scattare gli allarmi. Anche l’azienda italiana è in regola: la merce è fatturata e le bolle di accompagnamento sono regolari. La frode è per il fisco russo, perché tra Italia e Russia le cose cambiano, gli abiti di lusso diventano semilavorati e i macchinari semplici pezzi di ricambio.

I soldi arrivano in parte dalla Russia e il resto dalle società offshore, via banche baltiche. In un colpo solo l’importatore froda sui dazi, sull’Iva, sul reddito d’impresa. I soldi extra vanno ad alimentare il «sistema» offshore e la giostra riparte.

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