Economia

Il lato oscuro delle slide di Renzi

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«Dagli storici spot di Berlusconi, alle attuali trenta slide del governo #Renzi. Come cambia la comunicazione dei governi in Italia», dice la professoressa di comunicazione politica Sara Bentivegna su Twitter a proposito delle slide che il governo Renzi ha appena pubblicato per illustrare il suo lavoro. Compito degli scienziati della politica è capire come cambia la comunicazione dei governi. Più modestamente, qui ci accontentiamo di segnalare ciò che rimane uguale: da Berlusconi a Renzi passando per Prodi, Letta e Monti, i governi tendono a comunicare quello che je pare, come dicono in Trentino, dimenticando od oscurando il significato reale dei numeri di cui si sta parlando oppure attribuendosi meriti che non hanno.

Il lato oscuro delle slide di Renzi

Renzi è un professionista, da questo punto di vista: alla fine dell’anno scorso aveva fatto pubblicare una serie di slide con simpatici gufetti che facevano il loro mestiere venendo poi inesorabilmente smentiti dai numeri (si fa per dire). La stessa tecnica si può utilizzare in questa occasione. Prendiamo ad esempio la prima delle trenta slide, quella in cui il governo si fa i complimenti da solo per il numero di “occupati”. La parola potrebbe essere fuorviante e quindi per comprenderlo bene ci facciamo aiutare dal ministro Poletti, che prima della pubblicazione delle slide oggi in un comunicato ha detto più o meno la stessa cosa:
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Dall’insediamento del governo Renzi gli occupati sono aumentati di 585mila unità. Rimangono “positive” le tendenze di breve e di lungo periodo del mercato del lavoro e “occorre confermare la scelta di politiche espansive che sostengano consumi e investimenti”. A commentare i dati Istat sul lavoro e’ il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti. “Dopo quattro mesi di crescita, con valori peraltro oggi corretti in aumento rispetto al precedente comunicato Istat, il mercato del lavoro registra, a luglio, un calo, determinato essenzialmente dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti, che erano invece aumentati nel mese precedente. Resta stabile il dato relativo al lavoro dipendente”, ha osservato. Rimangono, secondo il ministro, “positivi i dati riferiti alle tendenze sia di breve che di lungo periodo. Nel trimestre maggio-luglio l’occupazione cresce di 157mila unita’ e, su base annua, di 266mila unita’. In particolare, il miglioramento della qualità del lavoro è segnalato dall’aumento (+ 244mila) dei lavoratori dipendenti stabili su base annua. Dall’insediamento del governo Renzi, gli occupati sono 585mila in più: erano 22milioni e 180mila, oggi sono 22milioni e 765mila”.

La parola Jobs Act nella slide non c’è, ma la bontà di Poletti ci permette di capire che di quei 585mila in più, quelli che hanno un contratto da lavori dipendenti stabili sono 244mila, ovvero il 41,7% del totale. Come ricordava qualche tempo fa Luca Ricolfi, i costi della decontribuzione che ha affiancato il Jobs Act sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in 3 anni, per i soli assunti nel 2015). Quando avremo i conti totali dell’occupazione effettivamente creata con il Jobs Act potremo capire davvero quanto sarà costata questa ideona (ad occhio si può già dire: molto). Nel frattempo è interessante capire da cosa sia determinato l’incremento dell’occupazione non riferibile al Jobs Act:

Infine il dato sui voucher, quello più allarmante: tra gennaio e giugno di quest’anno ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014. Un dato che si commenta da sé ed esprime la deriva del mondo del lavoro italiano, sempre più usa e getta, strappato alla sua funzione collettiva e democratica. In queste condizioni, non dovrebbe stupire la stagnazione dell’economia italiana, così come non può trovare altra spiegazione il dato della povertà dei giovani italiani, la categoria che più tra tutte subisce lo sfruttamento a mezzo di voucher, sempre più imbrigliati da una vita non più precaria ma ormai occasionale e accessoria.

In più, Michele Tiraboschi di ADAPT su Twitter ha deciso di allargare un po’ il campo su ieri e oggi. Il risultato è sconfortante:

Il pauroso incremento del PIL

C’è poi il dato del Prodotto Interno Lordo, del quale il governo si bulla con la dovuta tracotanza confrontando la crescita di ieri ovvero quella del 2013, quando al governo c’era Enrico Letta con quella del 2015. Tutto merito di Renzi.
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O meglio: l’ufficio studi di Bankitalia sosteneva nell’aprile 2015 che gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce (ossia il cosiddetto “Quantitative easing”) avrebbero avuto un impatto sull’economia italiana pari a quasi 1,4 punti percentuali di Pil nel biennio 2015-16 sia come effetti diretti (tassi e prezzi asset) che attraverso quelli indiretti (calo euro e conseguente spinta a export), ma cosa volete che ne sappia Via Nazionale. È merito di Renzi. E se oggi il PIL sta cominciando a rallentare, visto che la crescita del PIL (come sostiene via slide Renzi) dipende dai governi, di chi è la colpa? Ma che domande: della congiuntura. Della Brexit. Delle cavalletteee! In ogni caso è giusto anche dare una dimensione alla crescita paurosa del paese, magari confrontandola con quella dei vicini di casa. Vediamo un po’: nel 2014 governava Renzi. Com’è andata?

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La crescita dei paesi europei nel 2015 (soldionline.it)

Non benissimo. Ma nel 2015 ci saremo sicuramente rifatti. Gliele abbiamo spezzate, ‘ste reni, all’Europa, sì?
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La crescita dei paesi europei nel 2015 (da Pagellapolitica)

La risposta è chiara: alla Grecia – come ai bei tempi – e alla Finlandia, sì. A tutti gli altri paesi no. L’Italia è cresciuta meno di ogni altro Paese, con l’eccezione della Finlandia e la Grecia, la cui economia si è contratta dello 0,2%. La media europea era dell’1,9%.

Gli altri numeri e il contesto

È giusto anche segnalare che nel computo totale ci sono “numeri” innegabilmente buoni. Il capitolo tasse: “Famiglie che pagano le tasse sulla prima casa: ieri 19 milioni, oggi zero”; il dato anche sui visitatori dei musei: “Ieri 38,4, oggi 43,4 milioni”; i fondi per il sociale, da 1,8 miliardi a 3,4 miliardi; i cantieri di edilizia scolastica: da 220 milioni a 1.512 milioni; fondi per la sanità: da 106,4 miliardi a 111 miliardi; il canone Rai che passa da 113,50 euro a 100 euro (e viene pagato direttamente nella bolletta della luce). Gli investimenti stranieri in Italia sono cresciuti da 12,4 a 74,7 miliardi. L’export agroalimentare passa da 29,9 miliardi a 36,8. I fondi per la cooperazione internazionale crescono da 232 milioni a 432; i ragazzi che fanno servizio civile erano 896, sono diventati 35.673. Mentre è ridicolo vantarsi della ridotta spesa per interessi in titoli di Stato di fronte ancora una volta al più grande programma d’acquisto della BCE nella storia.
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Mentre visto che ci si vanta del rapporto deficit/PIL, sarebbe anche il caso di dare un’occhiata al debito pubblico, giusto per completezza:

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Foto da Twitter

Così come fa particolarmente ridere che il governo si vanti del tetto degli stipendi per i manager pubblici dopo la figuraccia fatta con la Rai, dove quel tetto è stato aggirato mentre il governo e la maggioranza dormivano, ma hanno avuto comunque il barbaro coraggio di fare finta di arrabbiarsi dopo. E il giornalista del Messaggero Luca Cifoni fa notare su Twitter che il governo è ricorso a una “piccola furbizia” per aumentare i suoi meriti sull’occupazione:


Più in generale, sostiene Renzi, «c’è ancora da lavorare ma offriamo numeri, non chiacchiere». E in Italia la situazione è disperata, ma non seria.

Leggi sull’argomento: Renzi e il lato oscuro delle slide sui gufi