Economia

La triste truffa dei rimborsi sulle pensioni

Le sentenze della Corte Costituzionale acquistano efficacia il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Per ottenere il rimborso delle somme non percepite in termini di indicizzazione si deve fare una domanda all’Istituto pensionistico, non serve un ricorso, perché dopo la sentenza la restituzione è un obbligo da parte dello Stato. Ciò non toglie che, come accaduto in casi, in casi analoghi, gli stessi avvocati possano consigliare la via del ricorso come strada per rendere più forte l’azione e per sollecitare il rimborso. Alla fine la Consulta chiude il surreale dibattito di ieri apertosi nel governo per “merito” del sottosegretario di Scelta Civica Enrico Zanetti, il quale aveva detto che era “impensabile rimborsare tutti”, subito imitato da non meglio precisate “fonti parlamentari” che invece dicevano di puntare sulla difficoltà a fare ricorso da parte dei pensionati per “risparmiare” sui rimborsi. Un’uscita di una tristezza incalcolabile, poi per fortuna stoppata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il quale in serata ha dichiarato che l’esecutivo “rispetterà le leggi, minimizzando l’impatto per le casse del governo”.

PENSIONI RIMBORSI QUANTO
L’infografica di Repubblica sui rimborsi per le pensioni (7 maggio 2015)

LA TRISTE TRUFFA DEI RIMBORSI SULLE PENSIONI
Il governo quindi ha cominciato a studiare i termini del problema. Restituire a tutti i pensionati tutti gli importi costerebbe intorno ai 10 miliardi di euro. Mentre, per il futuro, eliminare il blocco comporterebbe un aumento di spesa pari a 5 miliardi di euro lordi l’anno. Per questo il governo sta studiando un meccanismo che, pur rispondendo ai rilievi della Corte costituzionale, possa limitare i costi dell’operazione. Tra le ipotesi, quella di introdurre diversi scaglioni di rimborso: restituendo quasi tutto ai pensionati che hanno un assegno basso, per poi scendere progressivamente al salire dell’importo. Fino ad azzerare il rimborso per chi ha una pensione più alta. Alberto D’Argenio su Repubblica spiega quale strada potrebbe seguire il governo:

La via da seguire per farlo,fanno notare dal governo, la indicala stessa sentenza della Corte:rimborsare una percentuale del dovuto decrescente mano a mano che la pensione cresce. Dare più soldi a chi ha la pensione più bassa e meno a chi ce l’ha più alta e fissare una soglia, probabilmente tra i 3.000 e i 4.000 euro, sopra la quale non ci sarà alcuna compensazione. Un metodo all’insegna dell’equità. Il governo Monti ha bloccato l’indicizzazione degli assegni per tutte le pensioni superiori a tre volte il minimo, ovvero dai 1.490 euro in su. La Consulta invece spiega che un principio di gradualità sarebbe stato più opportuno portando ad esempio una misura della manovra 2014: pagare «il 95% del totale per i trattamenti di importo superiore a tre volte il minimo,75% oltre le quattro volte e del 50% per i trattamenti oltre le cinque volte». Dunque i rimborsi per il pregresso e i pagamenti per i prossimi anni saranno a scaglioni e il governo sta studiando l’impatto delle percentuali indicate dalla Corte. Potrebbe ritoccarle al ribasso se risultassero troppo onerose per le finanze pubbliche.
 

E qui però arriva il problema più grosso: qualsiasi sia la cifra che alla fine il governo deciderà di pagare, quei soldi dovranno essere ottenuti in due modi: o alzando il deficit oppure compensando la spesa con tagli e/o tasse. Ma se alzassimo il deficit ritornerebbero in campo anche i conti di Bruxelles, che ha promosso finora ma potrebbe mettere in campo una sanzione o mettere l’Italia sotto procedura di infrazione.

PENSIONI CALCOLO RIVALUTAZIONE
Pensioni, il calcolo della rivalutazione secondo il Corriere della Sera (7 maggio 2015)

IL VERO PROBLEMA È IL DEFICIT
Nel frattempo è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la sentenza della Corte Costituzionale che ha ‘bocciato’ il blocco degli adeguamenti pensionistici. Tecnicamente, il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta, la sentenza acquista efficacia. Lorenzo Salvia sul Corriere mette in campo le tre ipotesi per la restituzione:

Lo schema di partenza è il correttivo pensato dal governo Letta, che l’anno scorso ha addolcito il blocco della rivalutazione. Per le pensioni fino a tre volte il minimo, poco meno di 1.500 euro lordi al mese, non cambia nulla perché il blocco non c’era e non ci sarà. Estendere al passato il correttivo Letta significherebbe prevedere un rimborso del 95% per le pensioni fra le tre e le quattro volte il minimo Inps, all’ingrosso fra 1.500 e 2 mila euro lordi al mese. Del 75% per lo scaglione fra i 2 mila e i 2.500 euro, del 50% fra i 2.500 e i 3 mila euro. Senza restituire nulla a chi è sopra i 3 mila euro lordi al mese. Dai primi calcoli, però, sembra chiaro che la semplice estensione di questo schema non basterebbe. È possibile che la soglia della restituzione zero venga alzata intorno ai 3.500 lordi al mese.
E che il blocco della rivalutazione venga confermato anche per il futuro ma per un periodo di un paio di anni, non di più, altrimenti sarebbe bocciato sempre dalla Corte costituzionale perché misure di questo tipo devono essere temporanee. Ma è molto probabile che le percentuali di rimborso per gli scaglioni intermedi siano molto più basse. C’è un altro nodo da sciogliere, però. Tecnico ma fondamentale. Nel correttivo del governo Letta le percentuali di rivalutazione si applicano non a quella parte della pensione che supera una certa soglia ma a tutto l’assegno. Per capire:con una pensione da 1.600 euro la rivalutazione al 95% riguarda tutti i 1.600 e non solo i 100 euro che superano la soglia dei 1.500. Il pensionato prende un po’ di meno, lo Stato risparmia un po’ di più.

Una soluzione dovrebbe essere messa in campo da parte del governo la settimana prossima. In attesa di Bruxelles.