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La trattativa sui posti di governo in cambio della fiducia a Bonafede

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Sono due le mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che saranno discusse oggi. La prima è quello presentata da +Europa e da Azione di Carlo Calenda, secondo la quale Bonafede ha manomesso i principi del giusto processo, non ha rispettato gli impegni presi con la sua riforma, ha favorito una forma di processo “inquisitorio” con la nuova disciplina delle intercettazioni, è stato incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine al Csm ed ha contribuito a sollevare enormi polemiche con la vicenda legata alla scarcerazione dei boss. La seconda mozione è presentata dalla Lega e si concentra soprattutto sulla vicenda dei boss liberati a causa dell’emergenza legata alla diffusone del Covid 19 e sul caso della “mancata nomina” di Nino Di Matteo a capo del Dipartimento Affari penitenziari. E all’interno della compagine di governo si litiga.

La trattativa sui posti di governo in cambio della fiducia a Bonafede

Il Corriere della Sera scrive oggi che ad aver fatto saltare i nervi al Partito Democratico nella maggioranza sono state le voci sui posti al governo che i renziani avrebbero chiesto a Conte: si è parlato di Gennaro Migliore (o Lucia Annibali) come sottosegretario alla Giustizia e di Luigi Marattin alla presidenza della commissione Bilancio della Camera.

Ma sono appunto voci, che Palazzo Chigi non conferma e che Italia Viva smentisce: «Proposte che ha fatto Conte, non certo noi». A sentire i dirigenti di Italia Viva di tutt’altro si è parlato durante gli incontri di piazza Colonna, quando Maria Elena Boschi — il cui nome rimbalza nei totoministri di un possibile rimpasto —è salita a incontrare prima il capo di Gabinetto Alessandro Goracci e poi lo stesso Conte.

E qui la storia si fa bizzarra. Perché Italia Viva esulta, in Parlamento tutti ne discutono eppure Palazzo Chigi non conferma l’incontro con la capogruppo di Italia Viva. E basterebbe questo per descrivere i rapporti tra il capo del governo e l’ex premier. Da mesi il presidente del Consiglio cerca una via per governare senza il suo sostegno, ma ancora non la trova: i numeri al Senato sono troppo critici per cercare maggioranza alternative o affidarsi alla stampella di fantomatici «responsabili». E così Conte, cui l’arte della diplomazia non fa difetto, tenta la strada del pieno riconoscimento.

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Nella maggioranza che sostiene Conte tutti sono convinti che il governo oggi non cadrà, «il governo è solido», assicura Luigi Di Maio. Ma qualche filo di tensione c’è: perché i voti sulle mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, se i 17 senatori renziani uscissero dall’aula, sarebbero sul filo: 142 pari. Certo, servirebbe la mossa tattica di Salvini e Meloni di confluire a sorpresa sulla mozione garantista della Bonino per produrre questo colpo.

La sfiducia a Bonafede e la caduta del governo

Il Pd ha fatto sapere a Renzi che si tratta di un voto sul governo, non su Bonafede. “Se lo sfiduciano si apre una vera crisi per l’esecutivo, non c’è dubbio”, ha scandito a Un Giorno da pecora il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio. Ma per il Pd non è il momento di far cadere Conte. E in assenza di un piano B anche Renzi studia una strategia. Per esempio, potrebbe far mancare qualche voto. Senza arrivare allo show down. Oggi parlerà subito dopo Bonafede. Antonio Padellaro sul Fatto ironizza sulle conseguenze politiche di un’eventuale sfiducia al ministro della Giustizia:

A nostro modesto avviso, il premier potrebbe tranquillamente respingere il ricatto del palo della banda dell’ortica senza particolari conseguenze. Mettiamo però il caso che al piromane per caso sfugga un cerino acceso e che il Paese apprenda che il governo, oplà non c’è più, e che di conseguenza tutti gli orripilanti decreti contenenti i miserevoli 55 miliardi di aiuti alla popolazione siano rinviati a data da destinarsi. Nella nostra perversione vorremmo che fosse lo stesso Renzi a spiegarlo agli italiani (magari da un bunker sotterraneo protetto da teste di cuoio), per vedere l’effetto che fa.

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I numeri al Senato (Corriere della Sera, 22 marzo 2019)

Licenziato l’avvocato pugliese, non così sgradito alla maggioranza degli italiani (ma sono dettagli), e dopo essermi ben apparecchiato con patatine e popcorn, mi godrei: a) la ricerca immediata di un De Gaulle della Provvidenza, come auspicato dai più esimi editorialisti; b) in assenza di un generale a portata di mano, la successiva processione nel casale umbro di Mario Draghi che, qualcosa mi dice,potrebbe anche sciogliere i cani; c) l’appassionante lettura delle testate Fca, una volta che il prestito di 6 miliardi e rotti, già proposto dal governo dell’inadeguato premier evaporasse come rugiada di primavera.

La caduta è improbabile. Che il governo stia in piedi anche dopo l’emergenza Coronavirus, pure.

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