Economia

La tassa per chi affitta casa con AIRBNB

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In occasione della discussione sulla Legge di Stabilità 2017 è stato formalizzato un emendamento ribattezzato AIRBNB per introdurre un registro nazionale e la cedolare secca al 21% per gli affitti di case tra privati. La proposta firmata dalla deputata Pd Silvia Fregolent e approvata dalla Commissione Finanze è quella di istituire un Registro Unico Nazionale di privati che offrono ospitalità in appartamenti tramite portali on line, come il noto Airbnb, con l’applicazione della cedolare secca al 21%. L’obiettivo della norma è “favorire la trasparenza nel mercato delle locazioni di breve periodo” e “assicurare il contrasto all’evasione fiscale”.

La tassa per chi affitta casa con AIRBNB

La proposta quindi viene dalla maggioranza e non dal governo e questo da solo già permette di comprendere che difficilmente vedrà la luce. L’emendamento andrà ora sottoposto alla commissione Bilancio, prevede la cedolare secca al 21% per questo tipo di attività, l’istituzione di un apposito registro all’Agenzia delle Entrate e una clausola antievasione, con la responsabilità ‘in solido’ sul pagamento delle tasse da parte del privato e dell’intermediario. Gli intermediari come AirBnb dovranno diventare sostituti di imposta e, dunque, provvedere al versamento al fisco per conto di chi affitta. Ne consegue che dovranno avere una partita Iva italiana. Ma il Fatto Quotidiano ha raccontato che il direttore dell’agenzia, Rossella Orlandi, durante un’audizione in commissione Trasporti e Attività produttive alla Camera sulla proposta di legge relativa alla Sharing economy ha già spiegato che “la previsione dell’obbligo del gestore residente di attivare una branch in Italia al fine di adempiere alla funzione di sostituto d’imposta suscita delle perplessità“. L’apertura di una stabile organizzazione, infatti, “non dovrebbe essere imposta ex lege, ma richiede il verificarsi di condizioni e di presupposti sostanziali relativi all’impiego di mezzi umani e/o personali, coerentemente con quanto disposto dalle singole convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni stipulate dal nostro Paese”. Contrario anche il presidente di AIGO-Confesercenti: “Se può servire a portare in superficie un fenomeno in gran parte sommerso, va bene, ma occorre evitare che produca una concorrenza sleale tra imprese abusive e regolari a danno degli operatori corretti e dei consumatori. Il Governo, nella manovra, non chiarisce la differenza tra strutture ricettive e strutture extralberghiere, mentre le normative regionali impongono la presentazione di una scia che attesti i requisiti igienico sanitari ed urbanistici per l’autorizzazione di attività B&B e case vacanze. Il rischio – conclude Ingenito – è che, per garantire un introito nelle casse dello Stato e far emergere attività illegali, si vada a normare senza verificare i requisiti che sono imposti a queste tipologie ricettive, rischiando così di generare una concorrenza sleale rispetto a chi opera correttamente ed un danno ai consumatori”.

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I numeri di AIRBNB (fonte)

La guerra ad AIRBNB

Il colosso degli affitti brevi online Airbnb è del resto da tempo nel mirino degli albergatori, che vedono sottrarsi un’importante fetta di mercato, e anche di alcune amministrazioni. Quella dello stato di New York in primo luogo che ha deciso qualche settimana fa di sanzionare con multe fino a 7.500 dollari chi pubblicizza la propria abitazione sul sito, prima di sospendere la misura in seguito al ricorso dell’azienda californiana ed in attesa di conoscerne l’esito. Anche a San Francisco Airbnb ha dovuto fare i conti con il comune che voleva limitare il numero di notti che si potevano acquistare annualmente sulla app, prima che la mina fosse disattivata grazie a un referendum. Ed in diverse capitali europee, come Berlino, le norme non sono proprio favorevoli all’azienda californiana. Tutt’altra musica in Giappone, dove, alla luce degli effetti positivi sull’economia turistica, nella città di Osaka si è scelto di semplificare la normativa per favorire l’utilizzo delle tante case sfitte. Anche in Italia la polemica non è mancata. A Firenze, grazie a un accordo tra il Comune e Airbnb, gli alloggi in affitto per brevi periodi sono stati sottoposti per la prima volta in Italia alla tassa di soggiorno. Una misura insufficiente per Federalberghi, che ha recentemente tuonato contro la società di San Francisco, sostenendo che non si tratta di attività occasionali, né di forme integrative del reddito, ma di vere e proprie attività economiche attraverso le quali si alimenta il sommerso. Una tesi respinta da Airbnb, secondo cui la grande maggioranza (87%) degli host pubblica sulla piattaforma solamente 1 o 2 annunci. A giugno, in difesa delle realtà come Airbnb, ma anche Uber, è intervenuta la Commissione Ue affermando che il divieto totale di queste attività deve essere solo una misura estrema. I numeri del mercato in Italia sono considerevoli: la stessa community ha fatto sapere che nel 2015 ha portato 3,4 miliardi (0,22% del pil) all’economia del Belpaese, supportando l’equivalente di 98.400 posti di lavoro. Un modo di viaggiare che e’ stato scelto da 3,6 milioni di ospiti in Italia e 1,34 milioni di residenti italiani all’estero; un modo di dare ospitalita’ scelto da 82.900 italiani che hanno guadagnato in media 2.300 euro a testa all’anno condividendo il proprio alloggio per circa 24 notti. Secondo Federalberghi, inoltre, il portale Airbnb ad agosto 2016 poneva in vendita in Italia 222.786 strutture (erano solo 234 nel 2009).