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La storia di Oney Tapia, il campione non vedente nato a Cuba che ha conquistato Tokyo

In Italia dal 2002, nel 2011 ha perso la vista in un incidente sul lavoro e, da allora, è diventato un campione paralimpico nel disco e nel peso, fino allo storico bronzo di Tokyo a 45 anni suonati. “Non farei a cambio con uno che ci vede”

C’è una storia, tra le tante meravigliose storie di donne, uomini e sport che hanno regalato le Paralimpiadi, che ridefinisce il concetto stesso di disabilità, trasformandola in opportunità. Allora non ne aveva idea Oney Tapia, il 25 maggio del 2011, quando un incidente sul lavoro gli ha tolto di colpo l’uso della vista, cambiando per sempre la traiettoria della sua vita. Ma, in fondo, non è che una delle decine di cose (e almeno tre vite) che questo grande atleta italiano nato a Cuba quasi 46 anni fa non avrebbe immaginato di vivere quando, nel lontano 2002, ha infilato tutto quello che aveva in tre valigie gonfie fin quasi a esplodere e le ha infilate nella stiva di un aereo a L’Havana (la sua città), destinazione Italia. In quel momento Tapia aveva 26 anni, un certo grado d’amore per il baseball, lo sport nazionale cubano, e in tasca un contratto da giocatore di baseball come lanciatore dell’Old Rags Lodi e, in seguito, nel Montorio Veronese.

A poco a poco, grazie anche a una forza fisica non comune, comincia a giocare a rugby. Solo che in Italia, se non sei un calciatore, è difficile riuscire a campare di sport. Ma Tapia non si scoraggia e decide di cercare lavoro come giardiniere per sbarcare il lunario. Oney è capace, ci sa fare, ha passione e una massa muscolare da atleta che gli consente di dedicarsi anche ai lavori più pesanti e rischiosi. Come in quella giornata di maggio di dieci anni fa, quando è imbragato a un albero di cinquanta metri destinato ad essere abbattuto. E’ questione di attimi. Un enorme tronco, piegato dal taglio, gli crolla addosso, sul viso, proprio all’altezza degli occhi, facendogli scoppiare i bulbi oculari. La diagnosi dei medici è impietosa: “Mi dissero che non avrei più visto.” Nel mondo di Oney Tapia cala di colpo il buio. “All’inizio ridevo quando mi spiegavano quante cose possono fare i non vedenti, non mi sembrava possibile” racconterà un giorno, “anche perché quello era stato un mondo a me totalmente estraneo fino a quel momento. E invece ho scoperto che era vero.”

A Tapia non resta altro da fare che abbandonare  baseball e rugby, ma trova nell’atletica paralimpica una strada inattesa, specialità lancio del disco (e, in seguito, anche getto del peso). Per Tapia è un successo dietro l’altro. Primatista italiano nel 2013, argento a Rio 2016, campione europeo nel 2018 con tanto di record del mondo. Infine – è notizia di queste ore – lo storico bronzo a Tokyo a 45 anni compiuti, contro avversari di dieci, vent’anni più giovani di lui: ennesima medaglia – la 39esima – di questa grande spedizione azzurra. Anche solo essere presenti a Tokyo per lui era un’impresa da incorniciare. Se ne torna nella sua Bergamo addirittura con una medaglia di bronzo al collo, non la più prestigiosa della sua carriera, ma di sicuro la più importante, la più significativa, il coronamento di un percorso sportivo e umano cominciato nel buio dieci anni fa e finito nella luce della ribalta, anche mediatica. Perché Tapia non è solo un grande sportivo ma anche un ballerino eccezionale e un intrattenitore nato. Si accorgono di lui in Rai nel 2017, quando lo chiamano a partecipare a “Ballando con le stelle” in coppia con la maestra Veera Kinnunen. Tapia, anche qui, non si limita a partecipare ma vince, trionfa, regalando anche una salsa da brividi (e da 10 “in paletta”) con la partner che si esibisce con la benda agli occhi.

A chi gli chiede se ha qualche rimpianto, Tapia risponde senza pensarci: “Nessuno. Sinceramente non farei a cambio con uno che ci vede. Questa esperienza mi sta arricchendo”. E sta arricchendo l’Italia di un nuovo, straordinario campione arrivato da lontano, con la dote unica di mostrare a tutti noi cosa significa imparare a vivere.