Economia

La storia dell'Europa a più velocità

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Un’unione che proceda a più velocità di integrazione e non più come corpo unico. Una proposta da lanciare nel vertice in programma a Roma il 25 marzo prossimo. Presentata originariamente da Belgio, Olanda e Lussemburgo, ma nel summit dei capi di governo a Malta è stato l’appoggio esplicito della cancelliera Angela Merkel e del presidente francese François Hollande a rivelare una maggioranza pronta ad accelerare, lasciando indietro i Paesi che da anni frenano la maggiore integrazione con opposizioni o non rispettando le regole.

La storia dell’Europa a due velocità

E così ora è Berlino che torna a trainare gli altri abbracciando un progetto caro a Italia e Belgio seguiti da Francia, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Grecia, Portogallo, Austria e Malta. Non a caso se ne parla dopo il summit tra la Merkel e Gentiloni, non a caso anche in questa occasione, come in molte altre, i progetti di riforma dell’Unione Europea sono lastricati di buone intenzioni, come le vie dell’Inferno. Spiega oggi Ivo Caizzi:

Nel documento «Contributo del Benelux alla dichiarazione di Roma 2017» si sostiene che «diversi percorsi di integrazione e di cooperazione rafforzata possono costituire la risposta concreta alle sfide che colpiscono Stati membri in differenti modi». Vengono elencate varie priorità su cui accelerare. L’Italia appare favorevole. Anche se il punto sul «rafforzamento dell’euro» apre dei rischi. Merkel e i suoi alleati del Nord intenderebbero costituire un gruppo d’avanguardia con gli Stati con conti pubblici in regola. I Paesi mediterranei non potrebbero chiedere più flessibilità nei vincoli Ue di bilancio. Gli sterili richiami della Commissione Ue non sarebbero più cancellati al livello decisionale dei ministri dell’Eurogruppo /Ecofin dopo le mediazioni politiche nel Consiglio dei capi di governo.

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Europa a due velocità: le diverse alleanze (Corriere della Sera, 5 febbraio 2017)

Le procedure per deficit o debito eccessivi porterebbero a uscire dal gruppo con la Germania e gli altri Paesi più solidi. Merkel e Hollande non vogliono poi più rinviare il progetto di difesa comune, ora che l’irriducibile opposizione del Regno Unito è in evaporazione con l’uscita di Londra dall’Ue. L’Europa a più velocità eliminerebbe anche l’opposizione dei Paesi (soprattutto dell’Est) che rifiutano il ricollocamento dei rifugiati dall’Italia e dalla Grecia. «L’Europa non è un bancomat, né un ristorante self-service», ha ammonito Hollande a Malta, riferendosi ai governi dell’Est pronti a incassare i fondi Ue e non disponibili ad accogliere le loro quote di profughi.

Insomma, da quel che si capisce l’Italia vorrebbe far parte del pacchetto di paesi all’avanguardia nell’integrazione ma tutto sembra “cospirare” verso una difficile realizzazione di questa speranza, a meno di non dimenticarci dei litigi di questi giorni per la famosa richiesta di 3,4 miliardi di euro, che il governo prima sembrava avere in animo di rifiutare e poi alla fine ha accettato in toto, riuscendo anche nell’impresa di far subire ai contribuenti italiani un aggravio di tasse per 1,5 miliardi.

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I vari livelli dell’UE (da: Wikipedia)

Il club che ha tra i suoi soci uno come me

Per realizzare questa ennesima riforma annunciata legalmente non servono rivoluzioni visto che le cooperazioni rafforzate (di fatto come euro e Schengen) sono previste dal Trattato di Lisbona. Anzi, ragionano i tedeschi, questo potrebbe velocizzare la realizzazione di alcuni dossier, come la difesa, oggi bloccati dai veti incrociati. Scrive Filippo D’Argenio su Repubblica:

Ora l’obiettivo è che con la Dichiarazione di Roma del 25 marzo i leader lancino le cooperazioni rafforzate su difesa, sicurezza, investimenti, approfondimento dell’euro e della dimensione sociale dell’Unione. Facendo nascere il Processo di Roma che verrà formalmente varato nel vertice europeo di giugno e inizierà ad avere effetti concreti nel 2018, con le elezioni in Francia e Germania alle spalle. La difesa il primo settore in cui arriveranno progetti pilota. Italia e Germania non pensano ad un sistema intergovernativo e coinvolgeranno la Commissione europea seguendo le regole dei trattati. Non a caso Bruxelles in vista di Roma sta preparando un proprio Libro bianco. L’eurozona – l’area politicamente integrata del continente – potrebbe essere il cuore della nuova Europa che avanza, ma non potrà farlo nella sua interezza visto che baltici e slovacchi su diversi temi si sfileranno.

E sull’economia? Per fermare la deriva divisoria di una parte di paesi che ha migliorato l’efficienza e la competitività e di una parte (come l’Italia, la Grecia, il Portogallo) che è rimasta al palo, scrive Andrea Bonanni su Repubblica, le soluzioni sono due: “la prima è varare una vera governance economica della zona euro, che obblighi chi non lo ha fatto ad adottare le riforme necessarie per tornare a convergere con gli altri salvando la moneta unica. Questa governance andrebbe accompagnata con la nascita di un ministro delle Finanze europeo, un bilancio autonomo dell’eurozona per finanziare politiche comuni e una politica di tassazione uniformata. La seconda è escludere dalla moneta unica quei Paesi che non riescono a reggere il ritmo degli altri in termini di efficienza e competitività (e qui l’Italia è evidentemente a rischio). Oppure creare due monete: una per i Paesi più efficienti e l’altra, svalutata, per quelli che non sono riusciti ad adeguarsi alla sfida dell’euro”. Insomma: o perdere definitivamente la sovranità che persino il ministro Padoan adesso comincia a invocare, o finire per certificare la divisione delle economie con una doppia moneta, certificando definitivamente un fallimento che oggi è sotto gli occhi di tutti.
Copertina da Versounmondonuovo