Opinioni

Se il Manifesto si appropria del nome di Giulio Regeni

Il Manifesto ha deciso di pubblicare oggi Le proteste dei sindacati indipendenti di Giulio Regeni, lo studioso scomparso in Egitto il 25 gennaio e trovato morto, ucciso, ieri al Cairo. Giulio Regeni era in Egitto per studiare i movimenti sindacali indipendenti, e il suo ultimo articolo è un reportage su una riunione di uno di questi sindacati, gli unici che nel dopo-Mubarak sembravano voler dare vita a nuove formazioni politiche per sfidare lo stato di polizia imposto dall’ex-Generale Al-Sisi. Giulio Regeni collaborava con Il Manifesto dove sono stati pubblicati diversi suoi articoli, scritti sotto pseudonimo.
giulio regeni manifesto
L’articolo pubblicato oggi però porta la firma di Regeni. Una scelta questa che non è stata particolarmente apprezzata dai lettori del Manifesto che hanno espresso tutta la loro contrarietà ne nei commenti e su Facebook. Non capiscono i lettori perché il giornale abbia scelto proprio il giorno dopo l’annuncio della morte di Giulio Regeni per pubblicare un pezzo che aveva nei cassetti fin da metà gennaio. Un piccolo trafiletto accanto al pezzo spiega che la necessità di pubblicare quell’articolo sotto pseudonimo è stata superata dall’evento tragico della morte di Regeni.

Pubblichiamo qui a fianco l’articolo inviatoci da Giulio Regeni, e sollecitato via e-mail a metà gennaio, sui sindacati indipendenti in Egitto.Ci aveva chiesto di pubblicarlo con uno pseudonimo così come accaduto altre volte in passato. Ci abbiamo pensato e abbiamo deciso di offrirlo oggi ai nostri lettori come testimonianza, con il vero nome del suo autore, adesso che quella cautela è stata tragicamente superata dai fatti.

Un editoriale di Tommaso Di Francesco, dal titolo eloquente “Tutta la Verità” racconta che quando il pezzo è arrivato in redazione – all’inizio di gennaio – Giulio Regeni era apparso molto preoccupato.

all’inizio di gennaio, dopo aver ricevuto un suo articolo – che riproponiamo oggi con la sua firma convinti di adempiere proprio alle sue volontà – sulla ripresa d’iniziativa dei sindacati egiziani, insisteva con noi e a più riprese sulla necessità di firmarlo solo con uno pseudonimo. Capivamo che era molto preoccupato da questa insistenza ripetuta più volte nelle sue mail, tanto più che già altri suoi articoli erano usciti con pseudonimi ogni volta diversi. Non siamo abituati come manifesto alle speculazioni sulla vita altrui o ai retroscena complottardi, tantomeno ad abusare stile «asso nella manica» delle persone. Siamo solo un giornale di frontiera che ha subìto attentati, sequestri come quello di Giuliana Sgrena, uccisioni come per Vittorio Arrigoni.

Giuseppe Acconcia in un altro pezzo di accompagnamento riferisce che in tutti questi mesi nelle comunicazioni tra Regeni e il Manifesto “trapelava però un certo timore di apparire in prima persona come firma di un articolo sui movimenti alternativi in un contesto di totale repressione che sta attraversando il paese“. Insomma è abbastanza chiaro che per qualche motivo il ricercatore di Cambridge non voleva apparire con il suo nome. Ma, ora che è morto, che è stato ucciso, queste cautele non hanno più alcuna ragion d’essere. Allora cos’è che i lettori del Manifesto non capiscono? Ad esempio il fatto che la famiglia Regeni avesse inviato una diffida al Manifesto “in qualsiasi forma” quindi sia sotto pseudonimo che con il suo nome vero. Secondo il legale della famiglia Regeni la richiesta del ragazzo di pubblicare il pezzo sotto pseudonimo era motivata anche dal fatto di non voler mettere in pericolo l’incolumità “degli autori e delle loro famiglie“. Richiesta che però secondo l’avvocato era stata respinta dalla redazione del Manifesto “che aveva quindi rinunciato definitivamente alla pubblicazione dell’articolo nel rispetto della volontà del signor Regeni”. Il che appare strano visto che stando a quanto sostengono quelli del Manifesto Regeni aveva già in precedenza pubblicato articoli sotto pseudonimo sul giornale. La diffida però continuava sottolineando che un’eventuale pubblicazione “oltre a violare la volontà del signor Regeni e della sua famiglia, potrebbe pregiudicare la sicurezza dei suoi genitori tuttora presenti al Cairo”. La questione quindi, che nell’editoriale non viene menzionata e quindi nemmeno spiegata ai lettori, è capire come mai il Manifesto abbia deciso di procedere lo stesso alla pubblicazione. Si potrebbe pensare male e notare come la scelta di sbattere in prima pagina il pezzo del corrispondente ucciso sia stata dettata da motivi commerciali e pubblicitari, una scelta quantomeno abbastanza infelice. Certo, si può obiettare che alla fine il rapporto era tra Giulio Regeni, un adulto, e un giornale e che quindi la sua famiglia non ha alcuna voce in capitolo. Si può anche aggiungere che era questo il momento giusto per dare la giusta risonanza politica al lavoro di Regeni e a quello che qualcuno inizia già a chiamare “omicidio di stato”. Anche se nel pezzo, il resoconto di una riunione sindacale, è difficile trovare motivi d’urgenza nella pubblicazione tanto più che il pezzo non era inedito, visto che era stato pubblicato il 14 gennaio da NENA News con un titolo differente “L’Egitto degli scioperi cerca l’unità sindacale” a nome di Antonio Drius, probabilmente uno degli pseudonimi utilizzati da Regeni. Articolo che è leggermente diverso nella forma da quello comparso magicamente oggi in prima pagina sul Manifesto.
 

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Fonte: NENA News

Se da un lato quindi i giornalisti di professione si interrogano sull’opportunità e sull’etica di usare il pezzo di Giulio Regeni proprio oggi, i lettori invece contestano al Manifesto il cattivo gusto di non aver voluto rispettare “le volontà della famiglia” per poter vendere qualche copia in più. C’è però da dire che l’edizione di oggi è disponibile online – e senza pubblicità – gratuitamente. Resta il fatto che in nome dell’urgenza ad informare, urgenza che essendo il pezzo stato già pubblicato venti giorni fa, non sussiste il Manifesto ha preferito passare sopra le legittime richieste della famiglia. Non si può però pensare che la colpa di questa incomprensione sia tutta dei lettori e senza dubbio qualcuno dalla redazione poteva spiegare meglio la posizione del giornale. Rimane anche questo tweet di un’altra corrispondente dal Cairo che spiega come Regeni non fosse un collaboratore continuativo del Manifesto e che quindi – forse – il Manifesto non ha molto titolo per onorarne, solo lui, la memoria.


Suona infine un po’ paracula, alla luce delle azioni del Manifesto, la richiesta di verità circa la morte di Regeni, una cosa dovuta di fronte al dolore dei genitori.