Economia

La legge di stabilità e il governo in cerca di consenso

Guido Tabellini sul Sole 24 Ore del 17 ottobre ha messo il dito sulla piaga della Legge di Stabilità 2016, analizzando il cuore dei provvedimenti presi dal governo Renzi:

La legge di Stabilità è ricca di provvedimenti popolari, alcuni dei quali sono anche utili a sostenere la ripresa economica. Ma le decisioni difficili sulle coperture sono rimandate al futuro. La spending review vera e propria si riduce a 4 miliardi. Il resto sono tagli lineari alle regioni (per 1,8 miliardi) e alla sanità (per altri 1,8 miliardi) rispetto a un tendenziale in aumento (cioè non sono riduzioni di spesa ma la rinuncia ad aumentarla ulteriormente) e varie misure di “efficientamento” (per circa 1,3 miliardi), della cui effettiva realizzazione è doveroso dubitare.
Poi ci sono varie entrate una tantum: circa 3,4 miliardi provenienti dal rientro dei capitali, e 0,5 miliardi da nuove gare sui giochi, cioè entrate che l’anno prossimo verranno meno e andranno coperte. Infine, vi sono circa 15 miliardi (o 18) di flessibilità chiesta alla Ue, che porteranno il disavanzo 2016 al 2,2% (o 2,4% del Pil) – sempre che non vi siano sorprese negative rispetto alle previsioni del governo.

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Quanto vale la manovra (La Repubblica, 17 ottobre 2015)

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Quanto vale la manovra (La Repubblica, 17 ottobre 2015)

E poi spiegando perché a suo parere il governo ha rimandato le decisioni più difficili:

Perché il governo ha scelto di rimandare al futuro le decisioni difficili sulle coperture, usando i margini di flessibilità per provvedimenti popolari ma poco efficaci, come il taglio di Tasi e Imu? Vi sono due risposte possibili, una comprensibile, l’altra meno. La prima risposta è che ora la maggioranza di governo è impegnata in una difficile ma importante battaglia sulle riforme istituzionali, e non può permettersi perdite di consenso. È una risposta comprensibile, purché si riesca davvero ad arrivare fino in fondo anche sulla legge elettorale per la Camera, senza cedimenti sul voto alla lista (e non alla coalizione).
L’altra risposta possibile è che il governo sia davvero convinto che i tagli d’imposta siano sufficienti a ridare fiducia all’economia anche in un contesto di incertezza sulle prospettive della finanza pubblica. Se questa fosse davvero l’opinione prevalente, e il rientro dal debito fosse considerato un obiettivo secondario anche una volta superata questa delicata fase di riforme, allora scopriremmo di dover poi pagare un prezzo elevato in futuro