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La guerra di Michele Emiliano a Matteo Renzi

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C’è un PD che, per voce dei suoi vicesegretari, invita all’astensione sul referendum del 17 aprile e c’è un PD – guidato dal Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano – che quel referendum l’ha voluto e ha deciso di andare in guerra contro la segreteria nazionale guidata da Matteo Renzi. In mezzo ci sono gli elettori PD e anche altri Presidenti di Regione Dem, come ad esempio Marcello Pittella che pure aveva appoggiato la mozione referendaria avanzata inizialmente da dieci consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) la maggioranza dei quali è guidata proprio dal Partito Democratico.
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Michele Emiliano contro Matteo Renzi per difendere il mare?

Il primo a rompere il fronte delle regioni è stato l’Abruzzo che a metà gennaio, a giochi ormai fatti, si è sfilato dal fronte referendario. Ma la lotta tra Emiliano e Renzi è iniziata dopo l’indicazione per il non-voto. In un post su Facebook il Presidente della Puglia si è dato al debunking spiegando che il referendum, se ci fosse stata la volontà da parte del Governo, poteva essere evitato se solo Renzi avesse voluto incontrare i rappresentati delle Regioni promotrici (tra cui Emiliano e Pittella). Il Governo avrebbe inoltre potuto “disinnescare” anche il referendum su cui si voterà il 17 aprile come ha fatto – legittimamente – modificando le norme oggetto degli altri cinque quesiti referendari presentati ma non approvati dalla Corte di Cassazione. Poteva infine essere evitata anche la spesa di 300 milioni di euro se si fosse deciso di accorpare le votazioni referendarie a quelle delle elezioni amministrative. In poche parole Emiliano accusa il Governo di non aver fatto nulla per evitare che si andasse allo scontro. La segreteria PD invece accusa Emiliano (e i sostenitori del referendum) di cercare uno scontro politico spiegando che il referendum è inutile. Nei giorni scorsi il livello dello scontro si è alzato dopo che Emiliano ha definito durante un intervento a Omnibus di La7 i metodi utilizzati da Renzi e dai dirigenti Dem per tentare di affossare il referendum tipici di “un venditore di pentole”. Un’uscita che ha scatenato l’attacco di Alessia Morani, deputata e vicepresidente del gruppo PD, che su Twitter ha invitato Emiliano a occuparsi dei problemi veri della Puglia lanciando l’hashtag #triveggole.

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Il botta e risposta tra Michele Emiliano e Alessia Morani

Anche la deputata Lorenza Bonaccorsi ha mosso le stesse obiezioni, chiedendo conto ad Emiliano della situazione delle Ferrovie Sud Est (che sono di proprietà del Ministero delle Infrastrutture) recentemente commissariate dal Governo dopo le denunce andate a vuoto da parte di Nichi Vendola quando era Presidente della Regione.
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Per Emiliano si tratta di un attacco coordinato ai suoi danni su mandato ovviamente della Segreteria, e quindi di Renzi. Che le due deputate facciano parte dei famosi e famigerati troll del PD? Difficile, ma l’accerchiamento nei confronti del presidente pugliese non è passata inosservata visto che se ne è accorto pure Pippo Civati che sul blog parla del “metodo goffo” dei trivellatori.
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Ieri in un’intervista al Fatto Quotidiano Emiliano ha  ammesso di aver usato “termini un po’ coloriti” nei confronti di Renzi  ma ha continuato ad accusare il Presidente del Consiglio di voler evitare la questione referendaria e di aver introdotto una norma che di fatto è un regalo alle società petrolifere. Da parte sua il premier sostiene che si tratta tutta di una manovra “pubblicitaria” di Emiliano che mira a candidarsi alla Segreteria Dem. Ecco che quindi torna la narrativa del “premier non eletto da nessuno” questa volta contrapposta al Presidente eletto e sostenuto dal popolo. La cosa davvero divertente è che Renzi, stando a quanto ha detto Emiliano a Radio24, si rifiuta di rispondere al telefono: «Renzi non mi parla, è una tecnica politica. Quando qualcuno è uno spirito libero poi si finisce col non riuscire più a parlare con lui». Ed è davvero strano che il segretario del partito si rifiuti di parlare con un iscritto, tanto più se è il presidente di una regione. Ma secondo Emiliano è normale amministrazione nel PD, come lo è il fatto che il Partito abbia sostanzialmente recepito la decisione di Renzi di invitare all’astensione «poiché tutto nel Pd nasce dal presidente del Consiglio e segretario, non c’è altra fonte di indirizzo politico se non il segretario». Questo spiega anche perché Emiliano ha scelto di non far stanziare direttamente dalla Regione i soldi necessari a fare propaganda elettorale a favore del Sì ma ha preferito optare per una decisione che lo avvicina di più alle scelte del Movimento 5 Stelle: l’autotassazione. I consiglieri regionali pugliesi (ad eccezione dei due “renziani”) hanno donato mille euro a testa per la stampa e la diffusione di materiale informativo pro-referendum. E finché Renzi non risponderà ad Emiliano – magari mandando avanti altri esponenti PD – non farà altro che alimentare la retorica del Governo che sulla questione trivelle ha già perso cinque a zero contro le regioni (avendo dovuto per l’appunto recepire le proposte di modifica di cinque quesiti), anche perché la Puglia non è l’unica regione a guida Dem che vuole il referendum. Stando zitto ed avallando l’astensionismo il Presidente del Consiglio rischia di creare una vera e propria spaccatura tra governo centrale ed enti locali che gli si potrebbe ritorcere contro quando gli italiani saranno chiamati a votare il referendum confermativo (senza quorum) sulle riforme costituzionali. Per quanto riguarda Emiliano questa del referendum è solo l’ultima delle occasioni in cui ha minacciato di mettersi di traverso ad una decisione del Governo Renzi: era successo per il decreto sui buoni scuola e più di recente Emiliano aveva contestato gli effetti del Jobs Act.
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Ma cosa succederà se vinceranno i Sì?

A dire il vero però è sbagliato contrapporre Emiliano ai “trivellatori” del PD. Perché in primo luogo il referendum non è contro le trivelle, ma si limita ad abrogare una norma che consente il rinnovo delle concessioni dentro le 12 miglia dalla costa. In secondo luogo, e nonostante la retorica NO TRIV, se vincesse il Sì le concessioni potranno continuare ad essere prorogate in seguito al rinnovo della concessione. A spiegarlo è stato sempre Michele Emiliano su Facebook: “Se ritornasse in vigore la norma precedente (legge 9/91) che non ha mai determinato licenziamenti, il permesso di estrazione degli idrocarburi durerebbe 30 anni, prorogabili per 10 anni e poi all’infinito di 5 anni in 5 anni senza alcuna interruzione della attività estrattiva”. Da questa affermazione si evince sostanzialmente una cosa, ovvero che il referendum contro le trivelle non solo non riguarda tutte le attività di trivellazione  – oltre a quelle al di là delle 12 miglia anche le concessioni all’interno delle acque territoriali che al 31 dicembre 2015 hanno chiesto il rinnovo non saranno toccate dal risultato del referendum qualora vincesse il Sì – ma nemmeno verranno immediatamente chiuse perché la legge citata da Emiliano prevede che

Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi “sette anni dal rilascio della proroga decennale”, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.

Un momento, ma questo significa che una vittoria del Sì non impedirà il rinnovo delle concessioni già esistenti? Esatto. Il punto di chi è favorevole al Sì (al di là della retorica ambientalista dei NO TRIV ad ogni costo che non ha senso di esistere qui e ora) è che è preferibile effettuare una verifica ogni cinque anni che concedere una proroga a tempo indeterminato – vita natural durante del giacimento – dopo un’unica procedura di Valutazione d’Impatto Ambientale. Messa in termini terra-terra, se vince il Sì ci saranno più controlli. Se vince il No, no. Non è un referendum “contro i combustibili fossili” più di quanto lo sia “contro tutte le trivellazioni”. È un referendum sulla sicurezza delle trivellazioni e sulla possibilità di revocare una concessione in futuro. Su questo punto, e non sugli sprechi o la perdita di posti di lavoro, sarebbe bene che Renzi e il PD chiarissero una volta per tutte la loro posizione.