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La figuraccia della famiglia di Djokovic che non risponde alla domanda sulla presenza in pubblico mentre aveva il Covid | VIDEO

Il padre, la madre e il fratello chiudono la conferenza stampa non rispondendo alla domanda fondamentale: che ci faceva in pubblico, senza mascherina, nei giorni successivi al certificato contagio?

Djokovic

Ok, la conferenza finisce qui. Con questo laconico messaggio si è chiusa la paradossale conferenza stampa andata in scena a Belgrado, dove la famiglia di Novak Djokovic. Il padre, la madre e il fratello hanno “celebrato” la “libertà” riottenuta dal tennista serbo in Australia che, dopo la sentenza del giudice, ancora non sa se potrà disputare gli Australian Open. Su di lui, infatti, pende ancora la valutazione finale del Ministero dell’Interno che potrebbe proseguire nell’indicazione già data del governo e annullare il suo visto. Ma i familiari del numero uno del ranking Atp sono fuggiti non appena è arrivata la domanda scomoda.

Djokovic, la famiglia non risponde alla domande sui suoi spostamenti col Covid

Dopo che un giornalista ha chiesto se fosse confermato il contagio di Novak Djokovic dello scorso 16 dicembre, il fratello si è apprestato a confermare questa notizia, sottolineando come quel certificato di tampone positivo fosse stato allegato agli atti (sia del visto che del ricorso vinto). La conferenza, come si vede dalle intenzioni di qualche istante prima di ricevere altre domande, sarebbe proseguita se solo dalla “platea” non si fosse alzata la voce femminile di una giornalista. Quella è la voce della domanda che, in realtà, avrebbe dovuto aprire quel teatrino di Belgrado: cosa ci faceva Djokovic in un evento pubblico il 17 dicembre (ma anche nei giorni successivi), senza mascherina e con – stando alla sua documentazione da esenzione vaccinale – un’infezione da Sars-CoV-2 conclamata.

Padre e figlio, udendo quella domanda, hanno prima sorriso (scambiandosi qualche parola in serbo) e poi hanno chiuso la conferenza stampa. Insomma, nessuna risposta alla domanda fondamentale. Perché se il tennista ha vinto il suo ricorso e il giudice ha valutato improprie le modalità di sospensione del visto attuate dall’Australian Border Force – su indicazione del governo -, non ha mai chiarito come sia stata possibile la sua presenza in pubblico nonostante il contagio. Perché anche in Serbia le persone positive devono rimanere in quarantena per 14 giorni, o fino a un tampone (molecolare) negativo. E, secondo la difesa del tennista, lui si è negativizzato il 22 dicembre. Ma in pubblico è comparso, in mezzo a giovane (e senza mascherina) il 17 dicembre e anche nei giorni successivi.