Economia

La crisi infinita dell'occupazione in Italia

Per le grandi imprese che producono in Italia l’anno scorso le vendite sono scese del 2,2%, del 4,3% sul solo mercato interno, con l’occupazione in calo dell’1,1%. Lo afferma un rapporto di Ricerche & Studi di Mediobanca, con stime per il 2015 non molto diverse: il miglioramento più probabile è nei soli investimenti. Tanto più che il 70% di quanto prodotto dalle grandi imprese italiane è ‘estero su estero’ – senza coinvolgere impianti e manodopera nel Paese – anche perché i margini di redditività sono la metà di quelli oltreconfine.
 
L’OCCUPAZIONE NELLE GRANDI IMPRESE
In particolare ancora molto preoccupanti i dati sull’occupazione, che nel rapporto R&S Mediobanca sulle 2055 maggiori imprese dell’industria e dei servizi che lavorano in Italia non sono mai stati positivi dal 2008. Dall’inizio della crisi le attività di questi grandi gruppi nella penisola hanno visto un taglio dell’8,5% del numero di operai (che sale al 12,3% nella sola manifattura) e del 2% di ‘colletti bianchi’. A ridurre maggiormente i dipendenti sono stati i gruppi di proprietà estera, che hanno perso il 19% dei propri operai e quasi l’8% degli impiegati. Il problema è che chi è rimasto nelle aziende non guadagna di più, anzi: nelle attività delle grandi aziende in Italia il potere di acquisto dal 2006 è sceso del 2,3%, con segnali di tenuta solo nella manifattura (+1%) e un costo del lavoro nei gruppi pubblici in media superiore del 25% rispetto a quelli privati. Nei singoli settori produttivi la salute è comunque molto diversa: secondo i dati di R&S Mediobanca, dall’inizio della crisi le imprese della pelle e cuoio hanno visto aumentare i fatturati di oltre il 33%, le imprese di costruzione (cioè soprattutto i grandi ‘general contractor’) del 26%, il conserviero del 21%, con tutto l’alimentare in positivo. Molto male invece i prodotti per l’edilizia (-38%), il settore stampa ed editoria (-36%) e le telecomunicazioni, che dal 2008 hanno ceduto il 24% dei ricavi. Qualche segnale positivo dagli investimenti: l’anno scorso sono cresciuti del 9% totale, con la manifattura in aumento del 4%. Il trend dovrebbe proseguire anche nel 2015, con attesa per il settore dei servizi che è il più lento a cercare una via d’uscita dalla crisi. Il problema è che comunque si è perso tantissimo: in totale dal 2005 le attività italiane dei grandi gruppi hanno tagliato in generale il 31% di investimenti, con le aziende pubbliche in calo del 43% e il terziario del 52%. Gli investimenti delle maggiori società italiane sono lontane dai livelli pre-crisi, ma nel 2014 si vede invece una inversione di tendenza. Secondo lo studio, la variazione percentuale degli investimenti nel periodo 2005-2014 è -31,1%, ma il dato 2014-2013 segna un +9,1%. In dieci anni gli investimenti reali nel pubblico sono diminuiti del 43,7%; nel privato il dato è del -21,8%. Nel 2014 le società pubbliche hanno ripreso a fare investimenti (+12,1% sul 2013) così come le società private (+7,5%). La manifattura – che ha perso l’11% in dieci anni – nel 2014 ha visto aumentare gli investimenti del 3,9%, l’industria del 5,9% e il terziario (in 10 anni -52,1%) segna, tra il ’13-’14, +15,9%.
 
LE BANCHE SEMPRE PIÙ LONTANE
In più, il rapporto certifica che le banche sono sempre meno presenti nel finanziamento delle imprese, dove avanzano ad ampi passi le obbligazioni. In base all’indagine ‘Dati Cumulativi’ nel 2012-14 il debito finanziario delle imprese e’ calato complessivamente di 11,2 miliardi di euro. Nel caso dello stock bancario la flessione arriva a 15,8 miliardi di euro. Il peso delle banche nel debito finanziario delle aziende che nel 2005 era pari al 37,1% ed era sceso al 32,7% nel 2012, nel 2014 e’ calato al 29%. Le imprese hanno guardato altrove per reperire i capitali, facendo scorta soprattutto di obbligazioni (9,7 miliardi nel 2014). I bond, con un totale di 90,7 miliardi di euro alla fine dello scorso anno, pari al 28% del debito finanziario, hanno cosi’ ridotto nettamente le distanze rispetto ai 96,2 miliardi di debito bancario (29%). Le altre forme di finanziamento totalizzano 143,5 miliardi, portando il dato complessivo di fine 2014 a 330,4 miliardi. Tra il 2012 e il 2014 i grandi gruppi attivi in Italia hanno visto scendere il loro stock di crediti bancari di 15,8 miliardi. Nel 2005 il debito bancario delle 2055 principali imprese – di proprietà italiana e straniera, privata e pubblica – era il 37% del totale mentre ora è al 29%. I grandi gruppi hanno quindi dovuto reperire altrove i capitali, specie emettendo obbligazioni, il cui controvalore è aumentato di quasi 10 miliardi negli ultimi tre anni.
 
CHI PAGA IL CONTO DELLA CRISI
Il conto della crisi lo paga la forza lavoro: dal 2008 al 2014 gli organici sono diminuiti dell’8,5% per le tute blu e del 2% per i ‘white collar’. Le società pubbliche hanno tagliato del 10,5% gli operai e dell’1,3% gli impiegati; le imprese private dell’8,3% le tute blu e del 2,1% i colletti bianchi. La manifattura taglia gli operai del 12,3% e di gran lunga meno gli impiegati, -0,5% dal 2008 al 2014, grazie al +6,6% delle medie imprese, al +3,2% delle medio-grandi e al 3,5% delle maggiori società manifatturiere (che nello stesso periodo hanno tagliato operai per 10,2%).  In controtendenza il terziario che, nello stesso periodo, ha assunto il 10,2% di tute blu in più e ha in organico il -4,2% degli impiegati. Le società estere che lavorano in Italia, invece, hanno tagliato del 17,9% gli operai e del 6,8% gli impiegati. “La crisi – spiega Mediobanca – ha accelerato la trasformazione produttiva”, puntando ad esempio su “modelli più leggeri” e concentrandosi di più su progettazione, marketing e servizi post-vendita. Su questi dati pesa, inoltre, l’esternalizzazione e in Italia si cercano “più figure di coordinamento, meno esecutivi-manuali”. L’incidenza maggiore delle tute blu su tutta la forza lavoro è delle medie-imprese (pari al 62,3% del totale). Per quanto riguarda il costo del lavoro, cade il potere d’acquisto dei salari, -2,3% dal 2006, ma aumenta dell’1% nella manifattura – +4,9% per le medie imprese. Il costo del lavoro delle imprese pubbliche, infine, secondo l’indagine è del 25% superiore ai privati.