Economia

La crisi della Cina che tremare il mondo fa

Il lunedì nero delle Borse mondiali comincia con l’esplosione di una bolla: il crollo delle Borse cinesi e quello del prezzo del petrolio hanno travolto le piazze europee, mentre a Wall Street un’ora di panico è bastata: i listini americani hanno chiuso in calo quasi del 4%, con il Dow Jones sceso ai minimi degli ultimi 18 mesi. In una giornata nella quale si sono rivisti i fantasmi e le cadute dei tempi del fallimento di Lehman Brothers che certificò l’inizio della lunghissima crisi economica (con la Borsa di New York che ha ipotizzato la mai accaduta sospensione dell’indice S&P 500) le Borse europee hanno ‘bruciato’ 411 miliardi di euro. Ma tutto è iniziato in Oriente, con il petrolio ai minimi dal 2009 a giocare la sua parte. Il fuso orario che fa chiudere le Borse cinesi in concomitanza all’avvio di quelle europee, con il nuovo crollo di Shanghai (-8,49% finale) e di Shenzhen (-7,83%), ha fornito tutti i presupposti di questo lunedì nero.

lunedì nero borse mondiali
Il crollo delle Borse (Corriere della Sera, 25 agosto 2015)

 
COME SALVARE I RISPARMI DALLA CRISI IN CINA
Per il momento Pechino cerca di rassicurare. La commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc), la principale agenzia per la pianificazione economica della Cina, ha confermato l’obiettivo di una crescita del 7% quest’anno, pur riconoscendo le “crescenti pressioni al ribasso” sull’economia e promettendo “aggiustamenti”. Da Berlino il cancelliere tedesco, Angela Merkel, si è detta “sicura che la Cina farà tutto il possibile” per riportare i mercati alla normalità, mentre il presidente francese, Francois Hollande, ha asserito che l’economia mondiale e’ abbastanza forte anche per reggere un rallentamento del Dragone. Piu’ cauta e pragmatica la Casa Bianca che, attraverso il suo portavoce Josh Earnest, invita Pechino a proseguire con riforme che vadano nella direzione di una maggiore trasparenza e che spingano il tasso di cambio a essere regolato sempre piu’ dal mercato. Nel frattempo gli addetti ai lavori non possono che domandarsi se si tratti di un aggiustamento drastico ma necessario o dell’inizio di una nuova crisi finanziaria dalle conseguenze imprevedibili.  Secondo Francesco Daveri sul Corriere della Sera i timori delle Borse nascono dall’eccesso di risparmio e dalla scarsità di opportunità di investimento nell’economia mondiale:

Come raccontò l’ex rettore di Harvard Larry Summers in una conferenza al Fondo monetario internazionale nel novembre 2013, oggi famiglie, imprese e governi nei vari paesi del mondo risparmiano troppo e investono troppo poco, un’ipotesi che lui chiamò “stagnazione secolare”. Oggi si risparmia più di quanto si facesse nel 2007 perché da allora i debiti delle società non finanziarie e dei governi hanno continuato ad aumentare, raggiungendo a metà 2og il 28o per cento del Pil nei paesi ricchi e il no per cento nei paesi emergenti. Del 217 per cento del Pil del debito totale della Cina, solo meno di un quarto era debito pubblico il 17 per cento era debito delle famiglie mentre il restante 58 per cento faceva capo alle imprese private e pubbliche. Un grande debito — specialmente in un contesto di bassa inflazione e bassa crescita — rischia di avvitarsi verso l’alto, di diventare insostenibile. E il rischio di avvitamento influenza negativamente le decisioni di spesa e induce a risparmiare.
Risparmiano le famiglie che infatti hanno a lungo rinviato i loro acquisti di beni durevoli. E risparmiano, lo sappiamo bene in Italia, anche i governi che devono tagliare le loro spese e alzare le tasse sui loro cittadini per rimborsare i debiti regressi. E le imprese, anziché investire in nuovi macchinari, nuovi stabilimenti e nuovi prototipi, si tengono stretta la loro liquidità ed esitano a chiedere credito alle banche (che peraltro sono state a lungo restie a concederglielo). E così niente aperture di nuovi punti vendita, pochi rinnovi delle flotte di auto aziendali, pochi acquisti di prodotti informatici e di telecomunicazione.

Si risparmia troppo e si investe poco anche per ragioni che non dipendono dal debito pregresso:

I cinesi risparmiano perché non hanno il welfare occidentale e quindi consumano poco dei loro redditi per mettere da parte i soldi per le spese sanitarie e per la pensione. Peraltro quando investono nel economia, i loro soldi vanno spesso a finire in progetti di investimento con bassi rendimenti (se c’è tanto risparmio in giro, diminuisce l’esigenza di usarlo bene). Gli europei risparmiano perché oppressi da una demografia sfavorevole che vede Germania e Italia in testa dopo il Giappone nella quota di persone sopra i 64 annidi età. Gli americani invece risparmiano poco e — almeno per ora — crescono trainando con sé quel po’ di crescita che si vede nell’economia mondiale. Ma sui dati di consumo e di investimento Usa pesa il fatto che le nuove tecnologie e le innovazioni di oggi non producono le opportunità di investimento del passato e rimangono un affare dei Bill Gates e dei Mark Zuckerberg e non della famiglia Jones che tutti volevano imitare nei modelli di consumo.
L’Europa strangolata dal debito Con troppi debiti, troppi risparmi e pochi investimenti, i governi che possono alimentare la crescita come in passato, consumando o investendo direttamente, si contano sulle dita di una mano. Lo può fare il governo americano, lo potrebbe fare se lo volesse (dimenticando la demografia sfavorevole) il governo tedesco. Ma non possono farlo i governi dei paesi emergenti e non possono farlo la maggior parte dei governi europei, strangolati dal debito del passato e dalla mancanza di un’unione politica che ben pochi vogliono. Non a caso fino ad oggi, per guadagnare tempo e decimali di crescita economica, ci si è affidati alle cure delle banche centrali.

In questo momento il rischio è quello che l’economia mondiale si trovi da un lato la stagnazione con debito, bassi prezzi delle materie prime e deflazioni, dall’altro con una ripresa ancora debole e che deve essere fondata su consumi, investimenti, innovazione, spiega Daveri: «Per avviarsi su questa strada, ci sarà da ristrutturare (anche con soldi pubblici) i debiti delle istituzioni insolventi mentre si dovrà proseguire sulla strada della realizzazione di riforme radicali del funzionamento dell’economia e degli stati che rendano la crescita di oggi inclusiva come in passato. Senza il ritorno ad una crescita più sostenibile e meno dipendente dalla liquidità delle banche centrali il mondo rischia di perdere la sua battaglia contro la stagnazione secolare. E di assistere ad altre giornate nere di falò delle attività finanziarie sui mercati di tutto il mondo».
 
UN QUANTITATIVE EASING PER PECHINO?
Roberto Napoletano sul Sole 24 Ore chiede invece un quantitative easing come quello effettuato dalla Banca Centrale Europea anche per Pechino per evitare una particolarissima deflazione alla giapponese, con il mondo che dovrà pagare il conto dell’addio alla crescita globale. La People’s Bank of China deve muoversi secondo le regole di FED e BCE:

La Banca centrale cinese deve creare più moneta non cambiarne la sua composizione, è necessario non solo accrescere la liquidità ma crearne di nuova, aumentare il suo bilancio arrivando ad acquistare titoli cinesi, al limite anche azionari, e ridurre la caduta dei prezzi, quando poi si aprirà il capitolo di vendere attività sull’estero, per fare massa di capitali, bisogna che la cooperazione internazionale si appalesi e dimostri di essere il tronco solido dell’albero che ci può mettere in salvo dal nuovo ’29 in un mondo dove tutte le economie sono interdipendenti ma ovviamente non tutte hanno lo stesso peso.
Bisogna che la più grande economia socialista in transizione, con il suo carico di anomalie, prenda atto della gravità dei problemi: la mancata crescita della domanda interna è di gran lunga superiore a quella prevista e, dietro questa crescita troppo modesta, ci sono eccesso di risparmio da sfiducia nel futuro (avrò ancora un lavoro? Potrò pagarmi la sanità?), che, a sua volta, genera un difetto (grave) di consumi; difficoltà a pagare i debiti contratti dagli enti locali che rivelano un eccesso di spesa infrastrutturale e deteriorano la qualità complessiva dei crediti; labolla immobiliare e il peso nelle partite correnti di catene di produzione di semilavorati assemblati e venduti all’estero, a basso valore aggiunto, che ne rendono deboli le esportazioni incidendo sulla loro qualità. Questa è la realtà di un’economia che, per ammissione dei maggiorenti stessi del partito unico di governo, per tenersi insieme ha bisogno di un tasso ragionevole di crescita almeno del sette per cento e, di certo, viaggia al di sotto di questo tasso.

In ogni caso, è l’Europa che deve temere maggiormente gli effetti sulla crescita. La frenata cinese potrebbe tradursi in un calo della domanda per i beni ‘Made in Europe’ e se l’euro continuerà a guadagnare terreno il rischio è quello di un ulteriore colpo alle esportazioni. Finora con le attese di una stretta della Fed a settembre e le difficolta’ della Grecia, la moneta unica ha perso terreno nei confronti del dollaro rendendo i beni europei piu’ economici. Se il trend dovesse continuare il rischio e’ che l’euro forte rallenti ulteriormente una ripresa già lenta, sostenuta però  dai bassi prezzi del petrolio.