Economia

La Cina, lo yuan e la guerra delle monete

Una doppia svalutazione nel giro di 24 ore. Dopo quella di ieri la Banca Centrale Cinese è tornata a limare ulteriormente il valore di riferimento dello yuan, tagliandolo di un ulteriore 1,62% dopo il taglio di martedì, che è stato dell’1,9%. Il valore di riferimento dello yuan segna il punto centrale di fascia di oscillazione del 2% nella quale lo yuan è legato al dollaro Usa. Sul mercato spot la divisa cinese è calata oltre la soglia di 6,4, il livello minimo dall’agosto 2011 e nel trading offshore è arrivata a sfiorare 6,6. Una mossa che conferma le difficoltà dell’economia cinese e cerca, come in occasione delle altre svalutazioni, di scaricarla su altri. Ma una svalutazione competitiva della più grossa industria manifatturiera del mondo proprio mentre l’Europa stava cominciando a sentire i benefici di una moneta più debole equivale a lanciare la più grande guerra delle monete dall’inizio della crisi.
 
LA GUERRA DELLE MONETE E LA SVALUTAZIONE DELLO YUAN
Una mossa per certi versi comprensibile. Dopo anni e anni di crescita, la Cina si ritrova ad avere il suo PIL in difficoltà: quest’anno sarà estremamente difficile raggiungere l’obiettivo di crescita del 7% che le autorità cinesi si erano prefissate. E questo rallentamento può scatenare una crisi bancaria dopo i botti di Shanghai. D’altro canto c’è da far notare che all’origine della mossa della Cina ci siano le fughe di capitali, segno che gli investitori consideravano la crescita della Cina a rischio, drenando così risorse all’economia reale cinese. Di qui la mossa della svalutazione.
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Dice Lorenzo Bini Smaghi a Repubblica:

«La Cina è in difficoltà e cerca di risolvere con mezzi monetari le carenze dei “fondamentali”. Recuperare competitività con la svalutazione è un rimedio antico, però non sempre funziona».
Ma in questo caso può funzionare?
«Non credo,perché l’economia mondiale è molto meno dinamica che in passato. L’Europa come sappiamo è quasi ferma, e la ripresa in America è più sostenutama rischiadi indebolirsi se il dollaro si apprezzerà troppo, specie dopo il rialzo dei tassi della Fed previsto per l’autunno. Per di più, i cinesi se la devono vedere a questo punto con i concorrenti circostanti».
Insomma, è stato un errore…
«A giudicare dal risultato sì. Gettarsi nella guerra delle valute è sempre un rischio, se non altro perché si inducono le altre banche centrali a fare altrettanto, abbassando i valori delle rispettive monete. Un gioco micidiale che compromette la domanda mondiale generando una deflazione planetaria, perché come sempre a quel punto nell’accezione comune la tendenza al ribasso di prezzi e tassi continuerà e tutti continueranno a rinviare acquisti e investimenti».

Mentre per Donato Masciandaro l’inizio della guerra non dichiarata delle valute è dovuto alla scelta della Cina di seguire la strategia del Giappone nel rivitalizzare l’economia:

La sorpresa viene da fatto che ci si attendeva una battaglia monetaria, intesa come espansione quantitativa, ma non giocata attraverso lo strumento del tasso di cambio. Oggi la Cina sta affrontando una doppia criticità macroeconomica: un rallentamento della crescita, unita a segnali di instabilità finanziaria. In questi casi, abbiamo oramai imparato che la politica monetaria moderna tende ad essere espansiva, per evitare guai peggiori. Poi c’è un bivio, che riguarda il riordino dell’eccesso di finanza, sia esso nelle banche, nelle imprese, o nello stato. Da un lato c’è la soluzione “svedese”, che riporta l’economia su un sentiero di crescita regolare e di stabilità finanziaria, attraverso una ripulitura dell’eccesso di finanza.
Dall’altro lato c’è la soluzione “giapponese”, che invece non implica il riordino finanziario. Finora la Bpc appare più vicina al modello giapponese: in aprile salvataggio del debito pubblico locale, ieri una svalutazione del tasso di cambio. Un attacco valutario doppio, con vantaggi di breve e di medio periodo, almeno dal punto di vista cinese. Per i mercati mondiali, invece, una ombra in più sul cammino verso la normalizzazione dei tassi di interesse e della politica monetaria. Essendo l’ombra cinese, occorre solo augurarsi che la proiezione di rischio sistemico non corrisponda alla sua reale entità.

LA MOSSA E LA SCACCHIERA
In ogni caso la mossa della Banca del Popolo va a inserirsi in una situazione in cui le politiche monetarie stavano andando sempre più verso la diversità. L’intenzione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è di alzare i tassi da qui al 2016, mentre Eurolandia ha intenzione di conservare una politica espansiva almeno per tutto il prossimo anno, così come il Giappone. Per questo, spiega Riccardo Sorrentino sul Sole, le ripercussioni su mercati e materie prime sono imprevedibili:

Sono così definite le tendenze di fondo che interesseranno le valute e, per questa via, la concorrenza sui prezzi dei beni e dei servizi esportabili: una pressione al ribasso per euro, yen e yuan – nella misura in cui sarà permessa da Pechino – una al rialzo per dollaro e sterlina. Più incisive potranno essere le ricadute sulle materie prime, la cui domanda cinese potrebbe ulteriormente ridursi, e quindi su tutte le valute e i Paesi che esportano commodities. Non è un caso se ieri hanno perso terreno il dollaro australiano e neozelandese.
Cercheranno, svalutando, di restare in linea con Pechino, infine, i Paesi asiatici, soprattutto quelli in difficoltà nel secondo trimestre. L’attenzione degli analisti e degli investitori quindi non potrà che tornare, e presto, sui rischi di un “atterraggio duro” dell’economia cinese, che la minisvalutazione di ieri non scongiura certo e che sola potrebbe davvero modificare le tendenze di fondo dell’economia globale.

Mentre Federico Fubini sul Corriere vede il bicchiere mezzo pieno:

Soprattutto, sono ancora una volta le valute dei Paesi emergenti ad aver subito un contraccolpo. Le nuove scivolate da record del real, del rublo, dei dollari di Taiwan e Singapore, del won, del ringgit malese o del baht thailandese fanno ripensare agli choc degli anni 90. Ricordano che un gorilla ferito è salito sul ring della guerra valutaria, in un gioco nel quale prima o poi qualcuno deve perdere. E fanno pensare che Paesi emergenti come la Russia, il Brasile o il Sudafrica, già esaltati per il loro dinamismo, ora sono in una morsa: la Cina non può essere più lo stesso magnete di prima per le loro produzioni. E l’aumento dei tassi d’interesse all’orizzonte in America renderà i loro debiti in dollari sempre più pesanti. Di colpo, l’area euro non sembra più così male.

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