Economia

La beffa del Cda agli azionisti di Veneto Banca

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Il Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca ha deciso, i soci che non vorranno partecipare alla trasformazione in SpA potranno essere liquidati dalla banca di Montebelluna che pagherà le loro azioni ad un prezzo che definire stracciato è davvero poco: 7,3 euro ad azione. Ma in realtà l’istituto (che ha chiuso il terzo trimestre con un passivo di 770 milioni di euro) non ha il denaro necessario per poter acquistare le azioni di coloro che volessero rivenderle per tentare di portare a casa qualcosa. Questo significa che l’unica alternativa per i soci è quella di vendere le azioni una volta che Veneto Banca sarà quotata in Borsa.
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Una svalutazione dell’81% del valore delle azioni

Quello approvato ieri in tarda serata dal Cda si tratta in sostanza di un diritto di recesso, perché un socio detentore di azioni ordinarie contrario alla trasformazione in Società per Azioni ha il diritto di chiedere di uscire dal novero degli azionisti. La nota emessa ieri sera dall’Istituto di Montebelluna precisa che il Cda «ha quindi deliberato in 7,3 euro il valore unitario di liquidazione delle azioni ordinarie della banca e la limitazione in tutto e senza limiti di tempo del rimborso delle azioni con fondi propri della banca». Al momento Veneto Banca è ancora una banca di credito cooperativo, quindi i soci non hanno potuto – fino ad ora – vendere le azioni. Se pensate che ad aprile il Cda aveva fissato il prezzo delle azioni a 30,50 euro (valore sulla carta perché appunto non potevano essere vendute) ribassandolo da quel 39,50 che era il prezzo fissato fino a quel momento. Proprio sul tema del prezzo delle azioni di Veneto Banca è incentrato uno dei filoni dell’indagine che ha travolto l’istituto di Montebelluna. Secondo le ipotesi degli inquirenti infatti al momento di stabilire il prezzo delle azioni (per le popolari questo viene fatto dalla banca stessa) sarebbero state sovrastimate la situazione economica e patrimoniale di Veneto Banca, al fine di dare un’immagine di una banca in perfetta salute, in crescita e soprattutto più solida di quanto in realtà non fosse. E si vocifera anche di procedure non molto trasparenti con le quali alcuni investitori (Veneto Banca ha circa 88.000 soci) sono stati convinti ad investire nella banca buona parte dei loro risparmi. Ora diverse associazioni di piccoli azionisti stanno meditando di boicottare la trasformazione in Spa, votando “no” all’assemblea (la votazione si svolgerà con voto capitario, ovvero una testa un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute) del 19 dicembre che dovrà ratificare il passaggio a società per azioni e dove si stabilirà se conferire o meno la delega al Cda per un aumento di capitale da offrirsi in opzione ai soci di un miliardo di euro. Ma anche il prezzo di 7,3 euro è virtuale, perché per conoscere il valore reale delle azioni della banca sarà necessario attendere il responso del mercato una volta che Veneto Banca approderà in Borsa. A questo va aggiunto il fatto che la Banca d’Italia – in forza di un decreto varato dal Governo – potrebbe anche impedire la fuga degli azionisti negando loro il diritto di recesso per evitare che la fuga dei soci possa dissanguare la banca e svuotarne le casse.
 

Ma come mai Veneto Banca si trasforma in Spa?

È a causa di un decreto del Governo Renzi che ha stabilito che le Banche Popolari con almeno otto miliardi di patrimonio dovranno diventare Spa e essere quotate in Borsa. Ad essere toccati dal provvedimento sono dieci istituti di credito, di cui due (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) in Veneto. «Attraverso l’art.1 interveniamo sulle banche popolari, non su tutte ma sulle banche popolari con un patrimonio superiore agli 8 miliardi, sono 10 in Italia che in 18 mesi dovranno superare il voto capitario e diventare spa. E’ un momento storico», aveva detto Renzi al termine del Cdm, precisando che «Non c’è un intervento sulle banche di credito cooperativo, non si tratta di danneggiare la storia dei piccoli istituti, ma di fare in modo che le banche italiane siano all’altezza delle sfide. Abbiamo troppi banchieri e facciamo troppo poco credito».  Con quella decisione il Governo si era mosso nella direzione indicata dall’UE anche alle Volksbanken tedesche. Va anche nella direzione di tanti progetti di legge presentati al parlamento negli anni precedenti, e alla fine insabbiati dall’ottimo sistema di lobbying degli istituti di credito nei confronti dei parlamentari. La decisione del governo non avrà impatto immediato nel credito italiano e non risolverà i problemi di credito delle imprese nel breve periodo (d’altro canto, siamo in Italia), mentre nel medio termine potrebbe contribuire a migliorare la situazione, senza essere decisivo. Non era urgente, e quindi non si capiscono le basi del decreto. Ma comunque era giusto intervenire nel “piccolo”. E nel grande quando?