Attualità

La bambina curda che spara per gioco

Da quando, mesi fa, le truppe dell’ISIS hanno iniziato la loro offensiva nel Nord dell’Iraq e in Siria noi occidentali abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare il valore dei combattenti curdi che si oppongono con tenacia all’avanzata del Califfato. L’eroica e disperata resistenza di Kobane, città martire della guerra di conquista dell’ISIS ha fatto conoscere un altro aspetto del conflitto: la partecipazione delle donne in prima linea.

Una combattente curda (fonte: telegraph.co.uk)
Una combattente curda (fonte: telegraph.co.uk)

NARRATIVE A CONFRONTO
Tutti si sono appassionati alla storia delle brigate femminili di miliziane curde che affrontavano i soldati di al Baghdadi uccidendone a centinaia. Era la storia di cui tutti avevano bisogno per sperare ed esorcizzare la paura dell’inarrestabile avanzata dell’ISIS. Sono stati versati fiumi d’inchiostro per raccontare le gesta delle combattenti peshmerga che combattono per vendicare la morte dei propri famigliari e per difendere la propria terra. La storia delle guerriere curde si contrappone a quella delle jihadiste della brigata Al-Khansaa ovvero le donne (spesso occidentali) che hanno scelto di unirsi all’ISIS e hanno dato vita ad una formazione tutta femminile che si occupa di far rispettare la Sharia e della gestione dei bordelli dello Stato Islamico. La guerra infatti non è solo uno scontro sul campo ma anche tra le narrative delle diverse fazioni. Da una parte ci sono le donne libere e fiere che lottano per la libertà della propria terra e per fare giustizia dall’altra invece le forze oscurantiste che vogliono la donna sottomessa e asservita ai desideri maschili. L’aspetto narrativo non è assolutamente secondario, è quello che ha consentito ad Abu Bakr al Bagdadi di coagulare attorno alla sua idea di Stato Islamico decine di migliaia di volontari provenienti da diverse parti del mondo (i cosiddetti foreign fighters). È il genere di propaganda in grado di convincere i giovani musulmani occidentali a lasciare il proprio paese per intraprendere un viaggio senza ritorno verso la Siria per potersi unire all’ISIS.
Bambini soldato ISIS
LA GUERRA DEI VIDEO COI BAMBINI
I video di propaganda dell’ISIS in cui vengono mostrate le uccisioni degli ostaggi, le conquiste, le devastazioni del patrimonio culturale fanno tutti parte della narrativa che gli addetti alla comunicazione del Califfo hanno sviluppato in questi mesi. Qualche tempo fa è stato diffuso un video in cui queste immagini venivano mostrate ad un gruppo di bambini e di adolescenti. È stata forse la prima volta in cui è stato possibile assistere all’utilizzo “interno” che l’ISIS fa dei suoi filmati: educare i bambini alla violenza, normalizzandola. Sono poi comparsi altri video di convogli dell’ISIS con a bordo bambini armati di fucili.

Più di recente ha iniziato a circolare un video pubblicato da un account collegato al Yekîneyên Parastina Gel (YPG) ovvero l’esercito popolare del Kurdistan sirian. Il video ha tutt’altro tono rispetto a quelli di indottrinamento o di propaganda dell’ISIS e, come fa notare anche la BBC, probabilmente non è la “risposta curda” ai video dei bambini soldato del califfato. Il video mostra una bambina che potrebbe avere sei o sette anni intenta (in realtà convinta dall’adulto della situazione) a sparare con una mitragliatrice. L’adulto le chiede quanti jihadisti ha ucciso e la bambina risponde “quattrocento” e poi cerca timidamente di sparare qualche colpo ma non sembra troppo convinta dall’arma più grande di lei.
https://www.youtube.com/watch?v=xn6UjyYTXyE
Non è in una zona di guerra, e chiaramente non ha ucciso quattrocento jihadisti. È “semplicemente” una bambina che sta vivendo la sua infanzia in un’area di guerra e quindi imita il modo di fare e discorsi dei “grandi”. Più che un video di propaganda sembra più una di quei video (altrettanto inquietanti) in cui i bravi genitori americani portano le figlie al poligono per far sparare qualche colpo con l’AR-15, magari rosa perché è più femminile (e in alcuni casi le cose non finiscono bene). L’episodio del video della bambina curda non è quindi la risposta ai filmati dei bambini soldato dello Stato Islamico ma come racconta un report di 31 pagine pubblicato nel giugno 2014 e intitolato “Maybe We Live and Maybe We Die” a cura di Human Rights Watch tutti i gruppi di combattenti sul territorio siriano hanno utilizzato minori in ruoli di combattimento. La pratica di reclutare bambini è iniziata pochi mesi dopo l’inizio del conflitto siriano nel 2011, nel 2012 diversi minori erano impegnati nel controllo dei checkpoint del YPG e nel 2013 il Comando Generale del YPG ha dovuto emanare un ordine per ribadire il divieto di reclutamento per i minori di 18 anni (come da statuto interno del YPG stesso). Ciononostante Human Rights Watch nel gennaio 2014 ha trovato prove dell’utilizzo di adolescenti in ruoli di combattimento, si tratta perlopiù di ragazzi tra i 15 e i 17 anni il cui compito è la sorveglianza delle basi dell’YPG.