Economia

Italia, la flessibilità possibile

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La Stampa oggi racconta in un articolo a firma di Alessandro Barbera la richiesta di revisione dei criteri per il calcolo del cosiddetto «output gap». Dalla lettera con cui l’Italia e altri sette Paesi (Spagna, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Slovacchia) hanno formalizzato la richiesta a Bruxelles sono passate poche settimane.

Da ieri la questione è ufficialmente all’ordine del giorno dell’Europa. «Otto Paesi su diciannove dell’area euro sono troppi per far finta che non sia successo nulla», spiegava una fonte comunitaria di passaggio a Washington per il vertice del Fondo monetario la scorsa settimana. E così è stato. L’«output gap» o – detta all’italiana – il «prodotto potenziale», è la crescita che un Paese si può stimare sia in grado di realizzare in un determinato momento tenendo conto del ciclo economico. Il calcolo di quel potenziale può determinare risultati  molto diversi di «saldo strutturale»: sulla base dei criteri Ocse l’Italia l’anno scorso era ad un livello ben al di sopra delle richieste (+0,5 per cento), per la Commissione risultammo invece otto decimali sotto il cosiddetto «pareggio strutturale».

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L’Italia e la flessibilità (La Stampa, 24 aprile 2016)

Per dirla con una battuta, applicando il metodo Ocse sarebbero sparite come per incanto clausole di salvaguardia e richieste di riduzione delle spese. Oggi per calcolare l’«output gap» si tiene conto delle prospettive di crescita dei due anni successivi, un arco temporale che ha danneggiato molto l’Italia, e non solo. La proposta degli otto Paesi è di allungare quel periodo fino a quattro anni. «Saremmo già in equilibrio strutturale cambiando solo metodo statistico», spiegava ieri Padoan.