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Italia: 900 soldati in Libia

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L’Italia è pronta a mandare fino a 900 soldati in Libia in risposta all’appello del premier Serraj. Saranno in ogni caso poco più del 50% del contingente internazionale che sarà varato dall’Onu. I settori delle Forze Armate che saranno impiegati: l’Arma dei Carabinieri e l’Esercito. La missione, a guida italiana, non sarà però impegnata in combattimento.

Italia: 900 soldati in Libia

Il governo libico ha chiesto aiuto per proteggere i pozzi petroliferi dalla minaccia dell’Isis, e la comunità internazionale ha risposto. Da Hannover, il premier Matteo Renzi ha assicurato il “sostegno unanime” del G5 al governo Sarraj e che l’Italia sarà “sensibile” alle sue richieste, quando verranno “formalizzate”. A Tripoli il Consiglio presidenziale guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj prosegue a piccoli passi nel tentativo di dare un ordine al caos libico. Oggi è arrivata la richiesta di aiuto all’Onu, agli europei ed ai Paesi africani confinanti per proteggere le risorse petrolifere, dopo un’allerta su possibili attacchi a istallazioni anche marittime, tanto più che due giorni fa i miliziani dello Stato Islamico hanno lanciato una nuova offensiva contro i pozzi di Brega, nell’est del Paese. Il dossier libico era sul tavolo dei grandi della terra, riuniti in un vertice informale al castello di Herrenhausen, in Bassa Sassonia. Renzi, che prima del vertice ha parlato al telefono con Sarraj, al termine dei lavori ha spiegato che i G5 (Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia) hanno espresso “sostegno unanime” al lavoro di Sarraj e “bisogna fare di tutto perché abbia successo”. Tutte le iniziative, ha però ribadito, “dovranno essere richieste” da Tripoli. E quando saranno “formalizzate, non solo annunciate, l’Italia sarà un partner sensibile, pronto a dare una mano dentro un progetto complessivo”, ha assicurato il premier italiano, specificando comunque che i pozzi petroliferi per i quali è stato chiesto aiuto non sono quelli dell’Eni. Ad Hannover non sono state decise misure concrete, proprio perché si attendono richieste specifiche da Tripoli, ma in ogni caso Renzi ha registrato il “cambio di direzione della comunità internazionale rispetto a quanto accadeva un anno fa, quando la questione Libia e quella immigrazione non erano una priorità europea”. Spiega oggi il Corriere della Sera in un articolo a firma di Marco Galluzzo:

Il fatto che la guida di una missione sotto l’egida dell’Onu venga affidata al nostro Paese significa anche che il nostro contingente deve essere il primo in termini numerici, e che dunque la presenza di altri alleati di prima fascia, come Stati Uniti, Francia e Inghilterra, dovrebbe attestarsi su una quota più bassa: «L’apporto italiano alla missione potrebbe essere superiore al 50% del totale dei militari dispiegati, ma tutto potrebbe svolgersi in due fasi, prima un contingente più piccolo per Tripoli, poi la missione completa per il resto del Paese», dicono fonti governative.
Secondo gli ultimi piani operativi le nostre forze dovrebbero essere scelte fra Arma dei Carabinieri ed Esercito e avrebbero anche il compito di garantire la sicurezza della missione Onu a Tripoli. Per il momento il mandato delle Nazioni Unite dovrebbe autorizzare l’addestramento di forze libiche e protezione di siti strategici, non anche compiti di combattimento.

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Le divisioni della Libia (Corriere della Sera, 26 aprile 2016)

L’intervento per petrolio e profughi

Proprio sul fronte dell’emergenza sbarchi, un accordo con la Libia sul modello di quello fatto con la Turchia – ha sottolineato il premier – può far “ridurre il numero di migranti in partenza dall’Africa”. Il vero ostacolo, fino a questo momento, è la sostanziale fragilità dell’esecutivo Serraj, che non ha ancora ricevuto il sostegno formale di quella importante parte del Paese che fa capo al Parlamento di Tobruk, in Cirenaica, soprattutto per l’opposizione del suo uomo forte, il generale Khalifa Haftar. Haftar, infatti, pensa soltanto a preparare l’offensiva contro l’Isis nella sua roccaforte, Sirte, potendo contare sul sostegno dell’Egitto di Sisi. Questo stallo è visto con preoccupazione dalla comunità internazionale e dall’Onu, che anche oggi con il suo inviato speciale Martin Kobler ha sollecitato Tobruk a dare la fiducia al governo di unità nazionale entro dieci giorni. Senza un esecutivo con il pieno controllo di tutto il territorio, ogni ipotesi di intervento militare – anche di semplice peacekeeping – è considerata prematura nelle cancellerie occidentali. Anche se, sotto traccia, forze speciali europee ed americane sarebbero già attive da tempo al fianco delle truppe locali per fronteggiare l’Isis. Secondo i media britannici, tra l’altro, i commando di Sua Maestà si preparerebbero a lanciare nelle prossime settimane un attacco contro i jihadisti a Sirte, unendosi ai militari francesi e statunitensi. Perché proprio ora? Lo spiega oggi Francesco Battistini:

Sull’oro nero, si vede nero. Lo scontro armato è per lo più in Cirenaica e sotto la Sirte in mano all’Isis (infatti non ci sono di mezzo gl’impianti Eni della Tripolitania, precisa Matteo Renzi). Due episodi, nelle ultime ore, hanno creato allarme: 1) il ferimento d’Ibrahim Jadhran, «il Robin Hood della Cirenaica» a capo delle guardie petrolifere che combatte tanto l’Isis quanto Haftar e che, nei giorni scorsi, aveva giurato fedeltà a Serraj; 2) un carico di 650mila barili di greggio che ieri mattina una vecchia crude oil tanker indiana del ’95, la Distya Ameya, ha imbarcato dal porto di Bengasi (controllato da Haftar) destinazione Emirati Arabi, una «vendita illegale» e una violazione dell’embargo imposto dall’Onu, riprova d’un mercato parallelo del petrolio che sabota il governo Serraj.

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Gli interessi italiani in Libia (Libero, 14 marzo 2016)

La produzione dall’era Gheddafi è calata del 78%, 314mila barili giornalieri. Ma se allora si spartivano la torta 28 grandi compagnie, una quindicina di Paesi, oggi sono in scena molti meno attori, con riserve di greggio stimate ancora in 60mila miliardi di barili, gas naturale per 1.500 miliardi di metri cubici.

La prima paura, naturalmente, è che il Califfato sfondi la distanza dei 50 km che lo separa dai terminal di Ras Lanuf, As Seder e Zuetina: da soli, garantiscono carichi quotidiani come quello della nave indiana. Ieri, l’annuncio trionfale della conquista del checkpoint petrolifero 52: «Attaccare il settore degl’idrocarburi libici — ha scritto nei giorni scorsi il Washington Post — aiuta molto la narrativa jihadista in tutta l’area». S’è visto in Egitto con la decapitazione d’un tecnico petrolifero croato che lavorava per i francesi; è accaduto in Algeria con l’assalto qaedista ai gasdotti per l’Europa.
Il secondo e più concreto timore, però, è che a quei pozzi arrivi Haftar in disperata ricerca di fondi per la sua guerra, un po’ spinta da Tobruk e un po’ no: «La maggior parte delle risorse sta a Est — ci spiega Tarek Hassan-Beck, ex dirigente Noc — e il progetto dei cirenaici è ancora in piedi: hanno appena riaperto a Bengasi una Noc parallela a quella tripolina, che esporti il petrolio per conto proprio. È oro nero di qualità inferiore, con un’aspettativa di vita di qualche decennio. Ma dai porti di Sirte o di Bengasi sarà più facile contrabbandarlo».

EDIT: Palazzo Chigi smentisce i numeri:

Fonti di governo smentiscono che l’Italia abbia offerto 900 soldati per la Libia, come sostenuto oggi da alcuni organi di informazione. Si tratta di una notizia destituita di ogni fondamento, come peraltro si poteva facilmente evincere dal punto stampa del Presidente del Consiglio Matteo Renzi al termine della riunione del Quint ieri a Hannover. Nessuna offerta, dunque, a fronte di nessuna richiesta.

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