Fact checking

Involuzione Francese

Dal nostro corrispondente a Parigi

L’assetto democratico-elettorale francese salva l’argenteria. Marine Le Pen non riesce a strappare nessun consiglio regionale. Ma far finta di niente sarebbe un grave errore. Perché il dato politico di queste elezioni resta l’affermazione del Front National. Ed è tutto salvo che sorprendente. Per come si è costruita sul medio periodo, si potrebbe dire che è l’illustrazione perfetta di un ipotetico manuale: “Cosa non fare per far crescere l’estrema destra”.
Se Manuel Valls ha assicurato che la strategia del PS “ha funzionato” (al prezzo del ritiro puro e semplice del PS da 2 assemblee regionali), difficile far finta di niente. I dati mostrano che l’elettorato di sinistra, che aveva disertato le urne, ha deciso di andare a votare per evitare il peggio.
Ma una parte rilevante di responsabilità ricade in pieno sull’attuale gruppo dirigente del PS e alle sue miopi scelte politiche. Come si è potuti arrivare a tanto sconquasso? Come ha potuto la Francia, paese di Cartesio, di Diderot, della Comune e delle ferie pagate nel 1936, la Francia del maggio ’68, piombare nella palude di una dilagante estrema destra? Per capirlo facciamo un passo indietro.

La Francia nella palude dell’estrema destra

Fine anni ’90. Nell’Europa del ‘dopo-muro’ la sinistra è alla resa. La dissoluzione dell’Unione Sovietica fa credere a molti che l’emancipazione dei lavoratori sia ormai un ferro vecchio. La lotta di classe? Un pericoloso idolo di estremisti e perdigiorno. Niente più da difendere. Impossibile resistere. In Italia il PCI, il più originale e indipendente fra i partiti comunisti occidentali, decide di smobilitare. Il Labour di Tony Blair teorizza il welfare ‘delle opportunità’, e sposa una politica economica basata sull’offerta e il contenimento del sindacato. L’SPD in Germania si sposta verso posizioni sempre più centriste, demonizzando la DDR. D’Alema diventa il cantore della ‘Rivoluzione liberale’ e denuncia il simulacro del contratto nazionale.
Grandi affari in arrivo: tutta l’Europa dell’Est, mercato dormiente agli occhi degli speculatori finanziari, è una prateria da azzannare. Nessuno più vuol sentire parlare di intervento dello Stato. Tutt’al più, si potrà negoziare una resa il meno dolorosa possibile al neoliberismo che trionfa. Niente di meglio. E così i socialisti europei, che pure hanno le chiavi di molti esecutivi nazionali, ne approfittano per… non prendere nessuna iniziativa in senso progressista.
E in Francia? In Francia, stranamente, le cose vanno in ostinata controtendenza. Con una manovra improvvida Jacques Chirac, presidente della Repubblica, decide di sciogliere anzitempo l’Assemblea Nazionale, nella quale il suo partito -l’RPR, di destra moderata- detiene pertanto una robusta maggioranza (1997). Chirac teme che le politiche di contenimento della spesa pubblica che saranno richieste dal trattato di Maastricht (in particolare il rapporto deficit/PIL al 3%) metteranno a dura prova la sua maggioranza, e che per ‘rinfrancarla’ e legittimarla un’elezione preventiva sia la cosa migliore. Il Partito Socialista è ai suoi minimi storici, con soli 52 deputati su 557. Il momento sembra perfetto. I sondaggi danno Chirac vincitore. L’assemblea è sciolta.
Ma le cose non prendono la piega attesa. Il Partito Socialista, che lancia in campagna elettorale la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (le 35 ore di lavoro settimanali), su una linea politica giudicata desueta se non vetero-operaista, conquista da solo il 38% dei voti e guadagna ben 200 seggi in più di quelli dell’assemblea precedente. E le trentacinque ore Jospin le fa per davvero (cosa che la confindustria francese non gli perdonerà mai). Istituisce la copertura medica universale, gratuita, per tutti gli abitanti (immigrati e sans papiers compresi); I prelievi fiscali sono ridotti. Approva anche una legge sulle transizioni finanziarie, limitata al mercato dei cambi.
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E i risultati confortano le scelte di politica economica: la disoccupazione passa dal 11,5% all’8% (con la più consistente creazione di posti di lavoro all’anno dalla seconda guerra mondiale); il debito pubblico francese diminuisce (per l’unica volta dal 1945). Il bilancio dell’Assurance Maladie (il bilancio del Sistema Sanitario Nazionale) si trova addirittura in surplus.
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Certo, c’è qualche smagliatura: Jospin privatizza parzialmente varie imprese statali (AirFrance, France Télécom etc.) Ma il suo è, in definitiva, il classico programma anticiclico.
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Alla fine del mandato, il bilancio di Jospin è senz’altro positivo; al momento delle elezioni presidenziali del 2002, è chiaro che lo ‘scontro’ sarà tra Jospin e Chirac. Tutti i partiti di sinistra considerano utile fare il pieno di voti al primo turno, per poi naturalmente riversarsi su Jospin al secondo. Più voti al primo turno, maggiori le possibilità di spostare a sinistra il campo politico.
Oltre a Jospin per il Partito Socialista, si presentano a sinistra ben 7 (sette!) candidati.

Il Front National comincia l’ascesa

Ma è in quel momento che la macchina si inceppa. Jospin raccoglie poco più del 16% al primo turno. L’insieme delle liste di sinistra sfiora il 43%. Voti totalmente inutili: Jean Marie LePen, padre di Marine, sorpassa per meno di duecentomila voti Jospin. Che è eliminato, ed abbandona ipso facto e definitivamente la scena politica.
È questa la prima tappa dell’ascensione del Front National: l’impensabile si produce e suscita un’ondata di rivolta. Manifestazioni, cortei, petizioni: l’onda d’urto nel paese è enorme. Si costituiscono associazioni di ‘pentiti’ politici del primo turno (il collettivo ‘Si j’avais su’ -“ se lo avessi saputo”- fa addirittura ricorso alla Corte Costituzionale per annullare il primo turno delle elezioni). Presi dal panico, elettori comunisti e socialisti si riversano su Chirac, che vince a man bassa al secondo turno (78%).
Le radici della dinamica del Front National sono da cercare in questa anomalia, che porta con fragore sulla scena il paradosso francese del 2002: un paese in buono stato economico, con un sentimento popolare che evolve verso la sinistra, ma un sistema politico-elettorale che lo traduce in maniera deformante. Comincia qui l’irrimediabile allontanamento fra cittadini e sistema rappresentativo che si porterà fino alle disastrose, odierne conseguenze.
Le politiche economiche messe in campo dai primi ministri nominati da Chirac puntano ad ‘approfittare’ della vasta ondata speculativa che percorre i mercati occidentali ; sono incoraggiati l’acquisto immobiliare e l’indebitamento privato. Raffarin privatizza totalmente le autostrade (decisione dai costi catastrofici); s’impegna a fondo per il Sì al progetto di Costituzione Europea (che sarà sonoramente bocciato dagli elettori); vende nel 2004 un quinto delle riserve auree della Banque de France (tramite il suo ministro delle finanze Nicolas Sarkozy), nella prospettiva stupida di ridurre il deficit dello Stato. Un calcolo pessimo, perché con l’evoluzione del corso dell’oro tra il 2004 e il 2010 (in forte rialzo) la Francia perde circa 18 milardi di euro. La disoccupazione aumenta. Chirac decide di sostituire Raffarin con Dominique de Villepin. Le cose non migliorano: il nuovo primo ministro va subito all’affronto con i sindacati, facendo intervenire i gruppi d’assalto della Gendarmerie per porre fine all’occupazione di una nave da parte dei dipendenti della SNCM (società pubblica di trasporto navale con la Corsica).
Il suo mandato è anche segnato da gravi incidenti nelle periferie di molte città, dove si accumulano esclusione sociale, povertà e disoccupazione. Sono quartieri che ospitano manodopera straniera a basso costo, immigrati spesso irregolari e in stato di ricattabilità continua, perfettamente funzionali al miope disegno di contenimento dei salari, che va in direzione del tutto opposta al miglioramento della produttività, e comprime la domanda interna. La situazione è tesa, con scontri quotidiani fra manifestanti e polizia, attacchi contro tutto ciò che è pubblico: pompieri, scuole, autobus. Si contano sei morti.
Il primo ministro De Villepin proclama lo stato di emergenza, e la polizia riporta con difficoltà la calma.
Si produce uno schema falso e deleterio per la convivenza civile: da una parte la Francia delle istituzioni, dello Stato, degli abitanti di lunga data. Dall’altra gli emarginati, i francesi di serie ‘B’, gli immigrati di seconda o terza generazione dal Maghreb o dall’Africa subsahariana.
Questi incidenti sono la seconda tappa dell’ascensione del Front National: l’incapacità delle forze di sinistra di parlare agli strati poveri della società (per insufficienza culturale o per l’abbandono dell’ambizione progressista tout court) spinge i francesi provenienti dall’immigrazione -che con i poveri ampiamente si sovrappongono- a considerarsi come un corpo a parte, a immaginare di difendersi non in quanto disoccupati o lavoratori sfruttati, ma in quanto ‘nazione’, etnia, religione.
Il Front National capisce perfettamente questa dinamica, e sa che deve incoraggiarla: simmetricamente, i disoccupati ‘francesi’ devono considerare come loro nemico l’immigrato, come loro concorrente lo straniero, come diverso di turno il musulmano (le tre categorie hanno sovrapposizioni complesse, ma nella vulgata dell’estrema destra coincidono). E non certo vedere che la loro controparte sociale è l’establishment industriale e finanziario.
La linea di indebolimento del campo del lavoro è del resto ribadita dalla destra ‘moderata’: De Villepin propone di instaurare un nuovo tipo di contratto (il CPE, contratto di primo impiego) che prevede un periodo di prova di due anni, durante il quale il lavoratore può essere licenziato in ogni momento. La mobilitazione è fortissima, e De Villepin è costretto a recedere, rimettendo infine le sue dimissioni nel maggio 2007.
Le elezioni presidenziali del 2007 sanciscono la vittoria di Nicolas Sarkozy. La linea del candidato della destra è cinicamente calcata su quella del Front National. Circola a Parigi all’epoca un manifesto che gioca sull’equivoco: “Votez Le Pen” sotto la foto di Sarkozy.
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La Francia di oggi e gli errori di ieri

Che parla di “ripulire con gli idranti la feccia” dalle periferie. La sinistra è inaudibile, e decide di evacuare qualsiasi questione economica e sociale, puntando sulla mediatica Segolène Royal, impreparata e politicamente indecifrabile. L’esito è noto. Sarkozy da presidente pratica una politica autoritaria, largamente basata sulla retorica della sicurezza, dagli espliciti accenti xenofobi (che gli varranno una censura del Parlamento Europeo nel 2010). E in politica economica Sarkozy applica tutte le ricette classiche (secondo la vulgata Hayek-Friedman): riduzione del numero dei dipendenti pubblici (rimpiazzandone solo 4 su 5 fra quelli che vanno in pensione); riduzione del tasso marginale d’imposta sui più alti redditi (dal 49% al 41%); riduzione del tasso medio di imposizione sulle imprese dal 50% al 34,6%. Il risultato è l’aumento della disoccupazione e la riduzione delle entrate. E come Keynes insegna, la riduzione delle entrate è sempre più ampia della riduzione delle spese: il debito pubblico globale (stato, enti pubblici e collettività locali) passa, nel quinquennio Sarkozy, da 1211 a 1841 miliardi di euro. Vale a dire un aumento del 49,5%. Il prodotto interno lordo d’altronde stagna, fino alle soglie della recessione (dal 2,3% di crescita nel 2007 si passa alla stagnazione nel 2012). Ancora più grave l’evoluzione della bilancia commerciale: dopo un sostanziale equilibrio su tutto il periodo 1960-2003, il deficit commerciale passa da -52 miliardi di € (2007) a -81,5 miliardi (2012).
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La crisi del 2008 frantuma ogni illusione residua sull’orientamento economico liberista, che reagisce con riflesso prociclico lanciando il fiscal compact. La sofferenza sociale aumenta a dismisura, la disoccupazione sale senza freni (la Francia perde nel 2007-2012 ben 440.000 posti di lavoro, portando il tasso di disoccupazione dall’8,4% al 10,2%). 
Sarkozy diventa il bersaglio di un vasto rigetto politico. Alle presidenziali del 2012, per le quali i socialisti candidano Fraçois Hollande, dopo l’esclusione de facto di Dominique Strauss-Kahn, il PS riesce infine a spuntarla, sull’onda di una grande speranza. La Le Pen sfiora comunque il 18% dei consensi. In campagna elettorale Hollande aveva puntato tutto sulla rinegoziazione del fiscal compact, per riorientare il trattato sul sostegno alla domanda, e si spinge fino a dichiarare che “la finanza è il mio vero avversario”. Aveva anche promesso la separazione tra banche d’affari e banche di credito (una versione esagonale del ‘Glass Steagall Act’ voluto da Roosevelt nel 1933). E la riassunzione di dipendenti pubblici, in particolare nella scuola.
Ma i fatti smentiscono in seguito queste velleità. Hollande prosegue con sconti fiscali inauditi al padronato (20 miliardi di euro l’anno) in cambio di eventuali investimenti -che attendono tuttora di essere realizzati (“è l’offerta che crea la sua stessa domanda” dichiarerà); aumenta l’IVA; finisce per fare marcia indietro anche sulla reintroduzione di un tasso marginale al 75% (sui redditi superiori al milione di euro l’anno). 
Soprattutto abbandona il progetto di rinegoziazione del fiscal compact e si posiziona sulla linea Merkel, facendo poco o niente per evitare l’attacco al governo Tsipras. L’impegno principale di Hollande era quello di invertire la tendenza della curva della disoccupazione. Chi ha letto fin qui non sarà stupito di constatare che è andato per il momento disatteso.
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Con Valls primo ministro -che ama pose volitive e neoblairiane, ed Emmanuel Macron al dicastero dell’Economia (che spera di rilanciare il mercato dei trasporti con la deregulation delle concessioni ai torpedoni), il riorientamento a destra è compiuto.
In definitiva, fra una destra che rinuncia al solco storico del Gaullismo (miscela di politiche della domanda e autoritarismo politico) e la sinistra che si arrende al liberismo, il Front National ha la strada spianata. L’affondo sullo stato di emergenza, corroborando la retorica sulla sicurezza e l’ordine pubblico, tocca l’essenza stessa della Francia, che ha insegnato al mondo la modernità politica.
Fra cittadini di diversa estrazione, e anche militanti provenienti dal fronte progressista, non è raro sentir dire che “destra o sinistra, non cambia niente”. Una volta era il ritornello dei qualunquisti. Oggi, in assenza di alternative visibili ai socialdemocratici, rischia di diventare vero.
Come il lettore avrà ormai dedotto, i tragici attentati di Parigi hanno moderatamente contribuito al successo, benché monco, della formazione di Marine Le Pen, ma le radici di questo fenomeno sono ben più profonde. La progressione del FN è associata ad un movimento di fondo. Paradossalmente, se il PS pensa che il pericolo sia scampato, rischia di correrne uno ben più grave.
Post Scriptum. Sigmar Gabriel ha dichiarato l’11 dicembre al congresso dell’SPD: “La politica di austerità imposta dalla Merkel all’Europa ha contribuito al successo di Marine Le Pen”. C’è da sperare che questa presa di coscienza non sia solo passeggera.
Immagine di copertina dal Financial Times