Opinioni

Le Islande degli altri

Tommaso Giancarli|

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Lord Nelson! Lord Beaverbrook! Clement Attlee! Sir Winston Churchill! Sir Anthony Eden! Henry Cooper! Lady Diana! Maggie Thatcher – can you hear me, Maggie Thatcher!
Your boys took a hell of a beating! Your boys took a hell of a beating” (Bjørge Lillelien, telecronista della tivù norvegese,
Certo, se guardiamo indietro, dove tutto è cominciato, notiamo che la primissima figuraccia della nazionale inglese risale al 1950, quando i bianchi si degnarono finalmente di partecipare ai mondiali dopo averne snobbato tre edizioni, sentendosi superiori, da inventori del gioco, ai parvenu che se ne erano impossessati. E subito, appena arrivati in Brasile, Stanley Matthews e compagni furono rimandati a casa, sconfitti 1-0 dagli Stati Uniti in cui giocavano, tra gli altri, postini e conducenti di carri funebri. Quel trauma primigenio portò poi a un 2-0 in amichevole nel 1993 e a un 1-1 al Mondiale 2010; ma gli inglesi vanno capiti, coi traumi funziona così, e gli statunitensi sono il loro trauma, per un sacco di buone ragioni. D’altra parte anche il 6-3 beccato a Wembley dalla grande Ungheria, o il 7-1 dell’anno dopo a Budapest, sono sconfitte notevoli, così come il 4-0 buscato dalla Germania degli ottavi di finale del mondiale sudafricano. Ma che c’è di male nel perdere contro grandi potenze calcistiche centroeuropee? Non sono neanche disfatte nel senso proprio del termine.
inghilterra 1
Forse il 2-2 con la Macedonia del 2002, durante le qualificazioni ai mondiali, o il 3-2 casalingo contro la Croazia che eliminò gli inglesi da Euro 2008, sono più gravi. Ma si sa come fanno gli ex jugoslavi: sono sparagnini e furbetti, e ti fregano sul più bello. Perciò non è una vergogna venirne giocati. In generale può darsi che siano le competizioni internazionali e i tornei estivi, giocati in mezzo al caldo e alla tensione, a dar fastidio alla nazionale inglese. Può essere anche questo; e non ci sarebbe nulla di male, anzi: è quasi bello che, in quest’epoca in cui tutto va a mille all’ora e tutti si sentono in dovere di giudicare, ci sia ancora qualcuno che proprio non se la sente di mostrarsi competitivo, e anzi se ne va dal colloquio, allentandosi la cravatta troppo stretta e forse sbattendo la porta.