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Indagati, i due pesi e le due misure di Renzi

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C’è un caso indagati nel governo Renzi? Antonio Polito sul Corriere della Sera parla oggi dei due pesi e delle due misure che il presidente del Consiglio Matteo Renzi utilizza per decidere di volta in volta quando un esponente politico finisce sotto la graticola della magistratura. La stessa accusa che è venuta da alcuni esponenti dell’NCD come Nunzia De Girolamo, che a partire dal caso Lupi ha fatto notare che per gli uomini del Partito Democratico implicati negli scandali c’è stata tolleranza, mentre il ministro delle Infrastrutture è stato costretto a dimettersi. Il Fatto oggi poi compila direttamente una lista di proscrizione dei casi giudiziari in cui il governo è implicato.
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INDAGATI, I DUE PESI E LE DUE MISURE DI RENZI
Secondo il Corriere, infatti, la rivoluzione cominciata con Lupi è di là dal finire, anzi. Siamo all’inizio della partita, e presto sotto la graticola passeranno altri:

«E poi sarà la volta dei sottosegretari»: così Matteo Renzi spiega i suoi piani futuri ai fedelissimi. Perché il presidente del Consiglio non vuole offrire il fianco a nessuna accusa di doppiopesismo che desti un polverone sul governo.Dunque toccherà ai sottosegretari inquisiti e indagati farsida parte, dopo le dimissioni di Maurizio Lupi, che, peraltro,era stato solo sfiorato dall’inchiesta giudiziaria fiorentina.
E questo non certo perché «è la magistratura, che pure deve fare la sua parte, a dettare i tempi dell’azione di governo», visto che ormai «la parola è tornata alla politica», che «è autonoma», proprio come «autonoma è la magistratura».
Ma perché non si possa dire che Renzi difende alcuni (magari quelli del Partito democratico o che al suo partito sono più vicini) mentre molla gli altri. Vuole essere inattaccabile, il premier. E non intende avere ricadute negative nel suo rapporto con il Nuovo centrodestra”.

Il premier non è affatto preoccupato, spiega chi gli è vicino, dalle fibrillazioni che si avvertono dentro Ncd. Angelino Alfano, lo stesso Lupi, e la parte prevalente del partito sono saldamente nel governo, affermano. Qualcuno, spiegano fonti parlamentari, sarebbe addirittura tentato dall’ingresso nel Pd. Ma certo le parole di chi, come Nunzia De Girolamo o Roberto Formigoni, critica apertamente il premier, non passano inosservate. A chi lo ha accusato di ‘doppiopesismo’ per la presenza nel governo di esponenti Pd indagati, lo stesso Renzi replica affermando che il passo indietro di Lupi nasce da una valutazione di opportunità politica, mentre per tutti vale un “garantismo a 360 gradi”. Nelle prossime ore, sostengono i renziani, Alfano dovrà fare chiarezza innanzitutto dentro il partito, prima di mettere mano al dossier governo. Se Lupi dovesse avere il ruolo di capogruppo alla Camera, aumenterebbero le possibilità che Gaetano Quagliariello resti al partito dove – spiegano fonti a lui vicine – vuole continuare il lavoro avviato da coordinatore. Circola anche l’ipotesi che a lui venga affidata l’università, in uno spacchettamento del ministero della scuola. Ma l’opzione più ‘serena’ potrebbe portare all’approdo al governo di un nuovo esponente di Ncd. Magari una donna. Come, sostiene qualcuno, Dorina Bianchi o la giovanissima Rosanna Scopelliti.
 
COSA MUOVE LE SCELTE DI RENZI
Ma allora cosa muove la logica di Renzi? Secondo Polito il ragionamento del premier non riguarda la natura dei singoli reati, ma l’eventuale impatto sull’opinione pubblica di quello che c’è intorno ai reati o alle notizie di inchieste:

Io credo che sia l’umore dell’opinione pubblica, di cui Renzi si considera un buon medium. Nel senso che il premier usa come metro morale il suo gradimento politico: se una condanna può essere perdonata dagli elettori (nel caso di De Luca, per esempio, parrebbe di sì, visto che ha vinto le primarie) lui lascia perdere, se capisce che può arrecargli un danno serio nel suo rapporto con l’opinione pubblica, come nel
caso di Lupi, diventa inflessibile. È un metodo a suo modo politico, certo più di quello giustizialista che non si può davvero rimpiangere; ma senza regole, e molto arbitrario.
Soprattutto perché dipende da circostanze e dettagli casuali, spesso senza rilevanza penale, che possono molto influenzare l’opinione pubblica se sono mediaticamente efficaci. Un Rolex in regalo, per esempio, un abito di sartoria in offerta,un modo di parlare sgradevole o volgare al telefono, valgono mille condanne penali nel tribunale del popolo e dei media. E non è certo una novità. Berlusconi ha pagato molto di più in termini di consenso e di credibilità per il caso Ruby, nel quale è stato assolto, che nel processo per frode fiscale in cui è stato condannato.

E allora ecco che le accuse di favoritismo nei confronti dei propri non guardano bene alla logica delle scelte. Il criterio di Renzi è soprattutto mediatico. Misura l’indignazione a partire per i fatti che vengono raccontati e di lì decide come muoversi. Con il pugno di ferro in guanto di velluto. O, meglio ancora, come lo ritrae Giannelli qui:
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