Economia

Il nuovo taglio delle tasse del governo Renzi

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Aumento dell’Iva congelato per 3 anni, taglio dell’Ires di 4 punti senza superare il tetto del deficit del 3%: questo il programma del nuovo taglio di tasse del governo Renzi per stimolare la crescita.  il premier è pronto a portare la questione di un taglio fiscale nel 2017 sul tavolo dei leader del Pse, in vista del Consiglio Ue del 17. Sul fronte interno si lavora per un taglio dell’Irpef già fissato per il 2018 che si spera di anticipare. Per farlo, è necessario sfiorare il 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Allo studio la riduzione di 6 punti del cuneo fiscale, con un impatto da valutare sulle pensioni future.

Il nuovo taglio delle tasse del governo Renzi

il premier è pronto a portare la questione a Bruxelles per un intervento coordinato e non isolato di taglio fiscale, da impostare nel 2016 e rendere operativo dal prossimo anno. Ne parlerà il 12 marzo a Parigi ai leader del Pse, il partito socialista europeo, in vista del Consiglio Ue del 17. Nel frattempo Palazzo Chigi e ministero dell’Economia lavorano al piano italiano, puntando ad accelerare il sollievo fiscale (la pressione delle tasse sul reddito è ancora alta, sopra il 43%). Il taglio dell’Irpef è fissato per il 2018 ma potrebbe essere anticipato al 2017. Come coprire il tutto? Valentina Conte su Repubblica ci spiega che la spesa è ovviamente in deficit:

Intanto una flessibilità nei conti che consenta, ad esempio, di sfiorare il 3% nel rapporto tra deficit e Pil nel 2017, ora previsto all’1,1%. Ogni decimale aggiuntivo vale un miliardo e 600 milioni. E dunque arrivare per ipotesi al 2,9% significa liberare ben 29 miliardi. «Adesso è presto per dirlo», frena Morando. Ma «è già deciso che dal primo gennaio del 2017 scatterà una riduzione di quattro punti dell’aliquota Ires», l’imposta sul reddito delle società. Difficile che questo taglio «possa essere anticipato al 2016». Al momento dunque rimane il taglio Ires l’anno prossimo e quello Irpef nel 2018, come da tabella di marcia. Ma non si esclude niente, sebbene accorpare le due misure sarebbe assai costoso. Soprattutto se consideriamo anche i 15 miliardi di aumenti potenziali dell’Iva da scongiurare sempre per il 2017 (la clausola di salvaguardia). Ecco perché il governo ragiona pure sulla riduzione del cuneo fiscale che grava sul lavoro e sull’impresa.

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L’ipotesi di riduzione del cuneo contributivo (La Repubblica, 29 febbraio 2016)

Un altro piano, spiega sempre il quotidiano di Calabresi, consiste invece nel tagliare di sei punti il cuneo dei neo-assunti, tre punti a carico del datore e tre del lavoratore per sempre. Ci sono due strade per attuarla: attraverso l’Irpef, diminuendo le aliquote, oppure tagliando i contributi previdenziali, ovvero gli accantonamenti per la pensione. Il taglio vale 125 euro al mese e circa 1500 euro l’anno ma in caso che la metà venga dirottata ai fondi pensione per rifarsi del mancato contributo previdenziale in tasca al lavoratore rimarrebbero 43 euro.

L’operazione può valere all’incirca 6 miliardi sul triennio (la metà del bonus lavoro del 2015). Ma questi contributi in meno non vengono compensati all’Inps dallo Stato, come di solito avviene per tutti gli sgravi sul lavoro. Al contrario, rappresentano un taglio secco sulle pensioni future: meno contributi versati, stipendio un po’ più ricco, ma assegno più povero in futuro. Ecco perché la proposta Nannicini prevede pure un’opzione: la possibilità per il lavoratore di versare i suoi tre punti in meno di contributi alla previdenza integrativa, anziché farli finire in busta paga (dove tra l’altro sarebbero colpiti dall’Irpef).
Previdenza però rincarata proprio dal governo Renzi che ha portato la tassazione sui fondi pensione dall’11,5% al 20%. Sarà per questo che, a sei mesi dall’idea, ora il sottosegretario frena: «È una sfida, ma dobbiamo capire come far costare meno il tempo indeterminato, in termini di contributi, senza incidere negativamente sulle aspettative pensionistiche dei lavoratori». D’altro canto il vantaggio in busta paga, sia per il datore di lavoro che per il dipendente, non sarebbe fenomenale. Niente a paragone con i generosi sgravi attuali, però tutti finanziati a carico dell’erario, dunque in deficit (grazie alla flessibilità europea).

Le tasse e le spese

Da anni nel bilancio pubblico c’è una clausola di salvaguardia, inserita per tranquillizzare la Ue, che prevede un aumento permanente dell’Iva. Fin qui il governo è riuscito a neutralizzarla anno per anno trovando risorse temporanee. Questa volta il governo punta ad un congelamento delle aliquote per almeno un triennio, dal 2017 al 2019. L’aumento dell’Iva costerebbe 15 miliardi l’anno ai consumatori. Mario Sensini sul Corriere della Sera intervista Enrico Morando:

Come troverete le coperture? Anche i tagli deprimono la crescita…
«Soprattutto quelli alla spesa per gli investimenti. Ne siamo consapevoli e ne teniamo conto, ma non per questo rinunciamo all’obiettivo della revisione della spesa. E ci sono un paio di cose nuove che ci potranno aiutare parecchio. Intanto la riforma della pubblica amministrazione. È previsto che molti dei suoi decreti attuativi comportino dei risparmi, che ora saranno finalmente quantificati. Somme che potremo utilizzare come coperture di altre spese a partire dal secondo o terzo anno di attuazione di ogni singolo pezzettino della riforma Madia. Poi ci aiuterà la riforma della legge di Stabilità, che da quest’anno assorbe anche la legge di bilancio».
Pensate di usare risparmi o entrate che oggi non possono essere conteggiati?
«Ai fini della revisione della spesa senza dubbio. La riforma ci consentirà di inserire nel bilancio, e quindi utilizzare nella programmazione della finanza pubblica, anche i risparmi che non derivano direttamente da un’innovazione legislativa, ma da un’azione amministrativa conseguente». Un esempio? «Con la riduzione da 3 mila a 35 delle stazioni d’acquisto dello Stato potremo quantificare anche i risparmi dovuti alla maggior centralizzazione delle operazioni».
Meglio gli sgravi Irpef o la decontribuzione?
«Sarebbe più efficace rendere strutturale la riduzione dei contributi, magari a un livello più basso di quello previsto per il solo 2016. Chiuderebbe le manovre per la riduzione delle imposte sul lavoro, aiuterebbe sia le famiglie che le imprese. Può esserci spazio per anticipare l’operazione al 2017, purché la Ue sia coerente con sé stessa concedendo agli stati membri la flessibilità prevista. Senza sfondare il tetto del 3%»