Economia

Il lavoro che non c'è e le colpe del governo Renzi

Enrico Marro sul Corriere della Sera firma oggi un lungo articolo che esamina i dati della disoccupazione dopo i numeri di giugno e spiega che gli sgravi fiscali e i tagli dell’IRPEF non bastano a rivitalizzare il mercato del lavoro senza una vera crescita dell’economia. Di più: oggi il mercato risulta drogato da incentivi dati a pioggia senza soluzione di continuità, che oggi però sono considerati insostituibili dal sistema produttivo e dovranno per forza rimanere per mantenere comunque in piedi la domanda di lavoro.

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I numeri di lavoro e disoccupazione in Italia e in Europa (1 agosto 2015)

IL GOVERNO RENZI E IL LAVORO CHE NON C’È
Il governo ha investito l’enorme cifra di 40 miliardi di euro in quattro anni per gli sgravi fiscali dal 2015 al 2019.  Una quindicina sono destinati agli sgravi contributivi triennali sulle assunzioni a tempo indeterminato fatte nel 2015, il resto alla deduzione del costo del lavoro dall’imponibile Irap. Quaranta miliardi che il governo Renzi ha deciso, alla fine del 2014 con la legge di Stabilità, di investire sull’occupazione. Il tutto a corredo di un progetto di riforma del mercato del lavoro che spazzasse via tutte le forme intermedie di contrattualizzazione, che spesso servivano a nascondere la vera natura di questi contratti. Il nuovo contratto a tempo indeterminato, svuotato di alcune caratteristiche precipue, sarebbe dovuto servire, secondo le intenzioni e la propaganda del governo, a togliere le “scuse per non assumere” dei datori di lavoro. Una pia illusione, nella migliore delle ipotesi: posto che probabilmente prima della crisi forse quei contratti venivano utilizzati proprio così, di certo oggi un imprenditore assume in primo luogo se c’è da produrre, e c’è da produrre soltanto se c’è un mercato su cui vendere. Ma in Italia il mercato interno è stato spazzato via dall’austerity, e per quello estero, al netto dei buoni risultati, le nostre imprese scontano ancora gli scarsi investimenti degli anni precedenti alla crisi e la difficoltà di farsi largo in una competizione globale senza la possibilità di svalutare la moneta, visto che il sistema produttivo è quello che è. In questo quadro è intervenuto il Jobs Act, con gli effetti che racconta oggi Marro sul Corriere:

Alla fine del 2014, cioè prima della legge di Stabilità e del Jobs act, lavoravano in Italia 22,3 milioni di persone. Da gennaio (gli sgravi sono partiti il primo dell’anno) a giugno abbiamo assistito a un’oscillazione minima mese per mese intorno a questo livello, con il dato diffuso ieri dall’Istat che parla di 22 milioni 297mila occupati, 22 mila in meno di maggio. Variazioni che non intaccano il disastro provocato dalla lunga crisi. Basti dire che prima che questa si abbattesse sull’occupazione, in Italia lavoravano oltre un milione di persone in più di ora.
Il picco fu registrato dall’Istat nell’aprile del 2008, con 23,2 milioni di occupati. E i disoccupati erano 1,7 milioni, quasi la metà dei 3,2 milioni attuali. Il Fondo monetario internazionale, qualche giorno fa, ha avvertito che per riportare in Italia il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi ci vorranno almeno 20 anni. Gli esperti di Washington, ha replicato il governo, non tengono conto degli effetti delle riforme e degli incentivi. Solo che essi, dati alla mano, ancora non si vedono.

E fin qui, poco da dire. Se non che bisogna registrare la proposta dell’ex ministro Maurizio Sacconi, anche lui un tempo sostenitore della linea “abolire l’articolo 18 ci salverà, altrimenti le cavalletteeeee”: oggi dice che bisogna sostenere la domanda interna per far ripartire l’economia. Vero, come era vero ieri e come lo sarà anche domani. Peccato aver perso tutto questo tempo a inseguire contratti e flessibilità che l’Italia già aveva grazie a quelli come Sacconi e Renzi, però. O no?

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I dati dell’Istat sulla disoccupazione a giugno

CON QUALI SOLDI?
Ora però c’è un altro problema all’orizzonte. L’ulteriore taglio di tasse promesso da Renzi per i prossimi tre anni, del quale ancora attendiamo serie e credibili coperture, va nella direzione dello stimolo dell’offerta, ma il governo deve ancora trovare i soldi per finanziare quello che ha promesso al mercato del lavoro:

Infatti per quest’anno sono stati stanziati 1,9 miliardi presupponendo di dover incentivare un milione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Ma visto che fino a maggio sono stati agevolati più di mezzo milione di contratti, i tecnici stimano che, proiettando nei successivi sette mesi il trend osservato, alla fine le assunzioni alle quali si applicherebbe la decontribuzione sarebbero quasi 1,4 milioni. Una seconda proiezione è più prudente, ma entrambe stimano una spesa maggiore di quella prevista dal governo: da 500 milioni a un miliardo di euro. Al ministero dell’Economia frenano: i conti si faranno alla fine, dicono, e poi magari ci fossero più contratti da agevolare, significherebbe un miglioramento dell’economia e maggiori entrate. Insomma, trovare altre risorse non sarebbe un problema, sostengono.

E non solo: cosa succederà al mercato del lavoro dopo che sarà finita la “sbornia” del 2015?

Subito dopo, però, il governo dovrà decidere che fare per il 2016. Lo sgravio triennale vale infatti solo per le assunzioni fatte nel 2015. Per evitare un rimbalzo negativo si stanno già studiando forme limitate di proroga degli sgravi. Che per esempio potrebbero andare solo alle assunzioni aggiuntive, quelle che aumentano l’organico. Del resto, secondo le stesse stime del governo, l’incentivo andrà quest’anno anche a 637mila persone che comunque sarebbero state assunte mentre su altri 363mila contratti l’agevolazione scatterà perché rapporti di lavoro a termine vengono trasformati a tempo indeterminato. Che poi è il maggior risultato ottenuto finora: le aziende ricorrono più di prima al contratto stabile (perché incentivato). Ma continuano a non assumere se non hanno ordini e clienti da soddisfare.

Insomma, se l’economia non cresce gli imprenditori non assumono. Chi l’avrebbe mai detto, eh? E stimolare i consumi è davvero la strada giusta, visto che giocoforza una parte se ne andrà sempre e comunque in export. E allora quale altra via? Ci sarebbero gli investimenti. Quelli pubblici però nel DEF sono in diminuzione, in attesa dell’araba fenice del Piano Juncker. Quelli privati sono ai minimi.

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Gli investimenti nel DEF

Da qualsiasi prospettiva la si guardi la situazione è molto grigia. Anche perché è aggravata dalla politica economica più miope degli ultimi anni. O, più che miope, furba: perché tagliare le tasse fa discretamente bene all’economia, ma fa soprattutto benissimo all’elettorato che bisogna accompagnare entusiasticamente al voto nel 2018. O prima, se si riesce a trovare qualcuno a cui dare la colpa. La crescita? Per il governo, nei fatti, sembra essere l’ultimo dei problemi.