Economia

Il buco da cinque miliardi che ci hanno regalato Monti e Fornero

Ieri una sentenza della Corte Costituzionale ha bocciato una norma contenuta nel Salva Italia che riguardava il blocco della perequazione, ovvero il meccanismo che adegua la pensione al costo della vita per gli emolumenti di importo superiore a tre volte il trattamento minimo (1.441,59 euro). Nella sentenza n. 70 della Consulta, di cui è relatore il giudice Silvana Sciarra, si evidenzia che «l’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata». «Tale diritto costituzionalmente fondato – precisano i giudici – risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio». Quindi la necessità di fare quadrare i conti dello Stato non può calpestare i diritti fondamentali.
 
UN BUCO DA CINQUE MILIARDI
Secondo l’avvocatura dello Stato, che ha fornito la stima in udienza presso la Consulta, la decisione impatta sui conti per la non trascurabile cifra di 5 miliardi di euro. Secondo i dati Istat, il blocco ha toccato circa sei milioni di persone con una pensione superiore ai 1.443 euro mensili lordi. La quota maggiore è costituita da pensionati tra i 1.500 e i 1.999 euro (17,4% del totale) e tra 2 mila e 3 mila euro (13,7%). Scrive oggi Antonella Baccaro sul Corriere della Sera:

Quello che ora dovrà essere calcolato dal Tesoro e dall’Inps è quanto dovrà essere rimborsato a questi pensionati. «Il tema – fanno sapere da via XX settembre – è all’attenzione del ministero: si valuteranno motivazioni della sentenza e l’impatto sulla finanza pubblica». Si sbilancia un po’ di più il viceministro Enrico Morando, secondo cuil’impatto «sarà rilevante»: «Se si dichiara illegittima la mancata corresponsione dell’adeguamento, quei pensionati ora hanno diritto ad averlo. La conseguenza è chel’adeguamento va corrisposto». Quindi i pensionati che per due anni, quando l’inflazione era rispettivamente al 3% (2012) eall’1,2% (2013), non hanno ricevuto l’adeguamento, dovranno riceverlo. Secondo l’Avvocatura dello Stato, in ballo ci sono circa 1,8miliardi per il 2012 e circa 3 per il 2013.
Ma non basta. Nel 2014 il mancato adeguamento all’inflazione è stato modificato finendo per gravare sulle pensioni pari a sei volte il minimo (2.973 euro). L’adeguamento dunque è stato riconosciuto per intero (100% del tasso d’inflazione) sull’importo di pensione sino al triplo del minimo, al 90% per la fascia tra il triplo e il quintuplo del minimo e al 75% per la fascia eccedente cinque volte il minimo. Ma,come segnala la sentenza, «per le modalità con cui opera il meccanismo della perequazione,ogni eventuale perdita del potere di acquisto del trattamento, anche se limitata a periodi brevi, è, per sua natura, definitiva. Le successive rivalutazioni saranno, infatti, calcolate non sul valore reale originario, bensì sull’ultimo importo nominale, che dal mancato adeguamento è già stato intaccato». Quindi nel 2014 le pensioni sino al triplo del minimo non hanno recuperato la loro base di calcolo. Anche di questo si dovrà tenere conto.

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Quanto vale la rivalutazione delle pensioni (Corriere della Sera, primo maggio 2015)

IL REGALINO DI MONTI E FORNERO
Ma la parte più tragica (o, se volete, comica) della situazione è la motivazione con cui la Corte Costituzionale ha bocciato la norma contenuta nel Salva Italia di Monti e Fornero. Nel comunicato stampa, in attesa del dispositivo, si legge infatti:
Fonte: Antonio Triolo su Twitter
Fonte: Antonio Triolo su Twitter

Ovvero, secondo la Corte c’è un difetto di motivazione alla base della decisione del governo dei tecnici. Il blocco della perequazione per le pensioni oltre tre volte il minimo «non fu scelta mia», ha detto ieri l’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero ricordando che fu una decisione «di tutto il Governo» presa per fare risparmi in tempi brevi. «Vengo rimproverata per molte cose – dice ma quella non fu una scelta mia, fu la cosa che mi costò di più», ha sostenuto, bontà sua. A parte il fatto che ci sembra piuttosto difficile apprezzare la differenza tra una scelta singola e una scelta collettiva presa da un ente di cui fa parte un singolo (o meglio: ci sfugge perché in questo caso ciò la spoglierebbe da colpe), l’intera vicenda e la sua conclusione, in attesa dei 5 miliardi che il governo dovrà trovare per ripianare un buco fatto da un esecutivo precedente, ci dimostra che il governo dei tecnici, ovvero dei professori, ha combinato un numero di disastri impressionante rispetto alle aspettative di partenza. Quello di fidarsi dei tecnici è un errore che non va fatto mai più.