Economia

I lavoratori sfruttati che producono le scarpe made in Italy

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Labour Behind the Label è una cooperativa di lavoratori fondata nel 2002 a Bristol che lotta per i diritti dei lavoratori nel mondo della moda e dell’abbigliamento. Lo scopo dell’associazione è quello di difendere i diritti di chi produce gli indumenti che indossiamo e che spesso vengono prodotti in paesi dove i lavoratori non godono degli stessi diritti di chi vive in Europa.

Lo sfruttamento dei lavoratori dell’Europa dell’Est

Quando pensiamo agli sweatshop dove sappiamo le multinazionali europee (anche italiane) producono i loro capi d’abbigliamento ci vengono in mente i laboratori in India o in Bangladesh, i meno distratti ricordano magari il disastro di Rana Plaza del 2013, dove in seguito al crollo di un palazzo morirono 1.129 persone, quasi tutti dipendenti delle numerose fabbriche tessi ospitate nell’edificio. Ma nel report 2016 di Labour Behind the Label, dal titolo Labour on a Shoestring e frutto di interviste a 179 operai del settore, “scopriamo” che la produzione di scarpe – spesso griffate – marchiate come Made in Italy o Made in Germany vengono prodotte con costi irrisori in manifatture nell’Europa dell’Est Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia sono i paesi dove lavoratori sottopagati (con salari che oscillano tra gli 80 centesimi e i due euro all’ora) creano le scarpe vendute anche a centinaia di euro sulle vie dello shopping delle capitali europee. Il dossier fa parte della campagna Change Your Shoes, un’iniziativa a livello europeo iniziata nel 2015 dall’associazione che si batte contro lo sfruttamento dei lavoratori del settore calzaturiero. Emerge così che in questi sei paesi i dipendenti di almeno dodici marchi (Zara, Lowa, Deichmann, Ara, Geox, Bata, Leder & Schuh AG, le controllate di CCC Shoes & Bags e Ecco, Rieker e Gabor) lavorano paghe sul filo del limite del salario minimo per poter assicurarsi una vita dignitosa. In Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Romania i lavoratori ricevono una paga oraria ampiamente al di sotto del minimo garantito, e questo anche quando devono fare gli straordinari. Si tratta di cifre che sono inferiori addirittura a quelle percepite dai lavoratori cinesi, con in più il vantaggio che le scarpe sono effettivamente “made in Europe”. Non si tratta di una questione marginale, dei 300 mila dipendenti che operano nei settore calzaturiero nei 28 paesi dell’Unione oltre 120 mila lavorano nei sei paesi presi in esame.
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Le responsabilità del settore calzaturiero italiano

Il problema tocca molto da vicino il nostro Paese, perché l’Italia, con il 50% della produzione europea è il paese leader del settore (nel 2014 in Europa sono stati prodotti 729 milioni di paia di scarpe). Risalire ai marchi che commissionano il lavoro all’estero però è complicato perché nemmeno i lavoratori sanno per quale marchio stanno lavorando dal momento che viene applicato in uno stadio successivo della lavorazione quando i prodotti finiti vengono spediti in Italia per il confezionamento.
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I lavoratori di uno stabilimento in Macedonia, che sembra produca scarpe per l’italiana Geox e per Deichmann e Bata, i lavoratori intervistati hanno raccontato di percepire mediamente 130 euro al mese, compresi gli eventuali straordinari. Il che significa che spesso gli operai vengono pagati meno del salario minimo garantito. C’è però da notare come anche il salario minimo (Minimum legal wage) sia ampiamente al di sotto dello stipendio ritenuto accettabile per fare fronte al costo della vita nei diversi paesi in questione. Lo studio evidenzia anche la persistenza di un gender gap, ovvero di come le donne, a parità di mansioni, vengano pagate meno degli uomini. C’è poi il problema riguardante i periodi dove gli ordinativi sono pochi:i dipendenti vengono lasciati a casa senza paga e senza preavviso.
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Oltre alla questione salariale c’è anche quella delle condizioni di lavoro, gli intervistati hanno raccontato di non aver mai visto un ispettore del lavoro nelle fabbriche dove mancano le più basilari forme di sicurezza e dove anche le condizioni igieniche e sanitarie sono precarie: i lavoratori sono esposti a contaminanti industriali e sostanze tossiche. Dal punto di vista delle aziende europee che fanno ricorso alla manodopera dei paesi dell’Est non si può parlare di un vero e proprio sfruttamento perché, sfruttando alcuni meccanismi e regole comunitarie, è consentito gestire in questo modo la produzione. Eppure è innegabile che se un lavoratore viene pagato meno di quello che gli servirebbe per vivere dignitosamente, è costretto a lavorare in condizioni indecenti e non ha diritto a scioperare o a ricevere l’indennità di malattia stiamo parlando di sfruttamento. Secondo il Guardian solo Deichman e Adidas (che non viene citata nel dossier) hanno risposto alle richieste di chiarimento: il primo dichiarando di non saperne nulla ma promettendo un’indagine interna, la seconda invece ha ammesso che le condizioni dei lavoratori dell’Europa dell’Est devono essere migliorate e che anche i committenti devono fare la loro parte.