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I due senatori che Renzi ha perso

matteo renzi maurizio landini

In effetti sembrava davvero strano che qualcuno rinunciasse al suo posto di sottosegretario per compiacere Mario Mauro. E infatti la notiziona dei Popolari che passano all’opposizione si sgonfia dopo pochi minuti: tre senatori in meno, maggioranza in bilico per Renzi a Palazzo Madama? Non proprio, visto che la sottosegretaria Angela D’Onghia dopo qualche minuto annuncia che lascerà i Popolari per rimanere nel governo con il suo posto all’Istruzione, e la stessa cosa fa Domenico Rossi che invece è sottosegretario alla Difesa e deputato. «Prendiamo atto della decisione del direttivo nazionale del partito dei Popolari per l’Italia di uscire dalla maggioranza che sostiene l’attuale governo ma, come già annunciato al presidente dei Popolari per l’Italia, senatore Mario Mauro, ben prima dei risultati elettorali delle recenti consultazioni amministrative, non concordiamo con questa linea d’azione», dichiarano i due in una nota congiunta. «Riteniamo infatti – proseguono i due parlamentari – che l’attuale maggioranza stia portando avanti un percorso essenziale per la rinascita di questo Paese e che qualsiasi partito della maggioranza possa concorrere in termini di dialettica e contributi. Per questo occorre però farne parte e non porsi su più facili posizioni di opposizione”.
 
I DUE SENATORI CHE HA PERSO RENZI
“Per queste motivazioni abbiamo già presentato le nostre dimissioni dal partito dei Popolari per l’Italia e rimarremo al momento all’interno dei gruppi parlamentari di rispettiva appartenenza (gruppo Grandi Autonomie e Libertà e gruppo per l’Italia-Centro democratico) per continuare a lavorare come sempre nell’interesse comune e generale dell’Italia scevri da pregiudizi e congetture politiche che non ci appartengono». L’ironia del senatore toscano Andrea Marcucci in effetti è ben pensata:


“Il direttivo nazionale del partito dei Popolari per l’Italia ha deliberato in data odierna l’uscita dalla maggioranza che sostiene l’attuale governo. Riforme non condivise, condotte in modo improvvisato ed approssimativo, con una improvvida esaltazione del carattere monocolore dell’Esecutivo sono alla base di una decisione che è innanzitutto un giudizio definitivo su una gestione politica che sta tenendo in stallo l’Italia, la sua economia e il suo bisogno di crescita”, aveva annunciato nel pomeriggio in una nota il senatore del gruppo Grandi Autonomie e Libertà, Mario Mauro, presidente dei Popolari per l’Italia. “Le nostre idee – aggiungeva – contribuiranno ora alla costruzione e all’organizzazione di una maggioranza politica nel Paese centrata sui valori popolari e liberali”. E se volete avere un’idea del concetto di desolazione, potete ammirare come ferve il dibattito sulla pagina fan di Mauro dopo l’annuncio:
mario mauro
Già all’inizio di maggio i Popolari per l’Italia avevano salutato l’approvazione dell’Italicum deponendo una corona di fiori “per la morte della democrazia” in una manifestazione che nemmeno aveva attirato troppo l’attenzione dei fotografi. D’altro canto Mauro era arrabbiato con Renzi da quando il premier aveva deciso di non confermare la carica che il ciellino ricopriva nel governo Letta, e già allora quest’ultimo gliel’aveva giurata. E gli effetti del terremotino di oggi sulla maggioranza non sembrano essere spaventosi: “Da tempo 2 senatori di Pi non votavano con maggioranza, per Renzi non cambia niente”, dice il senatore Claudio Martini, vicepresidente vicario del gruppo Pd al Senato. “La vera notizia è che Mario Mauro è rimasto da solo a rappresentare al Senato i Popolari per l’Italia. Il senatore Di Maggio è passato con Fitto e la senatrice D’Onghia rimane al governo. Per il Pd e per il governo Renzi al Senato non cambia proprio niente, perché da tempo Mauro e Di Maggio non votavano con la maggioranza. Quindi non è vero che la maggioranza al Senato diventa più stretta”, conclude. Già, Di Maggio. All’epoca della formazione del governo Renzi aveva difeso la poltrona di Mauro. Oggi entra nei Conservatori Riformisti, il partito ossimoro di Raffaele Fitto. E Renzi?
 
COSA CAMBIA PER IL PREMIER
Renzi non potrà contare quindi su due voti in Senato. Se le forze in campo per la maggioranza dovessero rimanere quelle viste sul Jobs Act, e cioè 165 voti a favore del governo, poco o nulla ci sarebbe da temere per Palazzo Chigi: per avere la maggioranza assoluta servono 161 voti e il governo potrebbe contare su 164 senatori, escludendo i senatori a vita. Va pero’ detto che uno dei senatori che hanno annunciato di uscire dalla maggioranza, Tito Di Maggio, voto’ in occasione del Jobs Act in dissenso dal proprio gruppo. L’unico voto mancante da PI (visto che Angela D’Onghia ha invece fatto le valigie si’ ma lasciando il partito di Mauro, resta sottosegretario e votera’ dunque per il governo) sarebbe, quindi, quello dello stesso Mauro che, tuttavia, rivendica di aver fino ad oggi sostenuto il governo (“in due anni e 35 fiducie”), assieme al suo gruppo. Dal Pd si ostenta sicurezza: non sono i voti di PI a preoccupare, ma, casomai, altri. Il riferimento è ai ‘dissidenti’ della sinistra dem, da Miguel Gotor a Corradino Mineo, passando per Walter Tocci. Non tutti votarono contro il Jobs Act. Certo, il clima era diverso da quello che si vive oggi nei gruppi dem: non c’era stato lo ‘strappo’ delle regionali e quello, considerato più grave nella sinistra Pd, della fiducia sulla legge elettorale. Di qui al voto, confidano tuttavia fonti renziane all’Agi, potrebbe cambiare molto: “Basta una telefonata del premier” per convincere anche il più recalcitrante a tornare a sostenere la ‘ditta’.