Economia

I conti sbagliati di Renzi con l'Europa

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Fa bene Matteo Renzi a rispondere colpo su colpo all’Unione Europea e a pretendere trasparenza: la pubblicazione della lettera della UE è un precedente importante per far capire che quando in modo «strictly confidential» si pretendono correzioni che insanguinerebbero un bilancio, tutti i cittadini lo devono sapere. Male fa invece a giocare con le parole e dire che quel che chiede la UE è una “correzione di due miliardi”, e parla di pochi spiccioli come a voler minimizzare le pretese dell’Europa. Perché tutto questo è semplicemente falso. Come scrive oggi Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, infatti, «quando Renzi evoca a gran voce le circostanze eccezionali per attenuare i morsi del rigore del bilancio fa il suo mestiere. Ma quando liquida in 1 o 2 miliardi l’entità dello sforzo economico che gli viene richiesto corre il pericolo di venir smentito. Perché è vero che l’economia italiana boccheggia e ha un gran bisogno di crescita e investimenti ma è altrettanto vero che nel 2014 non ha rispettato l’impegno a una correzione strutturale dello 0,7%, la stessa prevista dal 2015, ma ha invece aumentato il deficit dello 0,3. Visto che nella prossima legge di stabilità lo sforzo si riduce allo 0,1% lo scostamento di cui si discute ammonta all’1,6% del PIL, ovvero una cifra pari a 20 miliardi. Le circostanze eccezionali che ci sono tutte abbatteranno l’impegno richiesto: fino a due miliardi è forse sperare troppo».
 
I CONTI SBAGLIATI DI RENZI CON L’EUROPA
Certo, forse anche i 20 che indica il Sole 24 Ore sono un’esagerazione, visto che sono la somma algebrica di quanto si sarebbe dovuto fare tra 2014 e fine 2015 in impegni che la UE, se ne avesse voluto il rispetto, avrebbe potuto segnalare come disattesi già in aprile. Più modestamente, la cifra totale che la UE chiede all’Italia nella famosa lettera è di 8 miliardi, e di questi ne mancano 3. Ce n’è abbastanza per dire che Renzi ha sbagliato i conti con l’Europa, nel senso aritmetico del termine e forse (anzi: sicuramente) per mostrare tranquillità nei confronti di un richiamo che potrebbe anche trasformarsi in una guerra pericolosa con i vincoli di bilancio UE. Antonio Polito sul Corriere della Sera segnala oggi in prima pagina invece un altro rischio:

Che la «significativa deviazione» dalle regole ci sia, è del resto fuori discussione. E la Commissione, in quanto «guardiana dei Trattati», non può non segnalarla, come ha fatto anche con Parigi. Quindi il problema sono le regole. Il governo Renzi ritiene che rispettandole aggraverebbe la spirale recessiva. Non avendo la forza di cambiarle, prova a forzarle, sperando che basti per invalidarle. È probabile che ci riesca, magari pagando un obolo (i 3,4 miliardi tenuti da parte servono a quello): la confusione è oggi grande sotto il cielo dell’Europa, tutto dipende dalle previsioni macro-economiche di novembre. Ma non è detto che evitando la bocciatura di Bruxelles il problema sia risolto. Perché se ricominciamo a indebitarci ma il Pil non riparte, allora la sanzione potrebbe arrivare dai nostri creditori sui mercati.

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Marco Galluzzo invece descrive la strategia di Renzi al riguardo:

Insomma più che una lettera,una letterina, ordinaria amministrazione,come aveva dettoil giorno prima in Parlamento, tanto rumore per nulla. Se la Ue ci chiede «un piccolissimo sforzo» in più «non ci sono grandi problemi». In realtà lacorrezione che ci sta chiedendola Ue è più alta di due miliardi,ma il passaggio del premiersui contenuti della lettera èmolto veloce.Semmai il presidente del Consiglio ha voglia di capire perché si fa tanta fatica a riconoscere all’Italia la flessibilità che è prevista nei Trattati, quei riferimenti alle circostanze negative del ciclo economico che possono far deviare, almeno momentaneamente, da un percorso di risanamento: «Quello che è in discussione, e sarà interessante approfondirlo, è chi decide quali sono le valutazioni politiche sulle circostanze eccezionali di cui parlano i trattati». La domanda per Renzi si porta dietro una risposta naturale, anche se non detta: decideil Consiglio, dei capi di governo,non certo la Commissione.

L’ultima osservazione è la più importante. Vero è che decide il Consiglio, ma è anche vero che è meglio arrivarci senza inimicarsi l’intera Commissione. La quale, è bene sottolinearlo, ha richiamato un articolo del Patto di Stabilità nella lettera che permette di respingere la manovra, se non si trova un accordo politico.

La lettera della UE all'Italia, sottolineata (foto da: @alexdelprete su Twitter)
La lettera della UE all’Italia, sottolineata (foto da: @alexdelprete su Twitter)

UN PROBLEMA POLITICO
Rientrando ilnostro tra i casigravi, la Ue ci puòchiedere di rimetter mano allamanovra. E là si parrà la nobilitate del fiorentino. Perché farsi riscrivere la manovra da Bruxelles sarebbe molto più catastrofico che sforare i patti di stabilità con l’Europa. E ci riporterebbe nella spirale del rigore che il governo Renzi aveva invece tutte le intenzioni di spezzare. Otto miliardi di richiesta, 1,6 più 3,4 (il fondo accantonato preventivamente dal governo) l’offerta. Può davvero saltare tutto per tre miliardi? La risposta è sì. Perché c’è un altro problema nella Legge di Stabilità 2015: le coperture. Quattro miliardi debbono uscire o da tagli dei servizi o da aumenti di tasse delle regioni, come ribadito da Renzi a Chiamparino: «Non c’è spazio per una mediazione, i miliardi sono quattro. Da qui due strade: o lo scontro o ci sono proposte alternative su cui si lavora in queste ore». Lui non ha intenzione di trattare, gli enti locali sì. Ogni eventuale concessione da questo punto di vista significherà fornire un argomento a Bruxelles per chiedere ulteriori correzioni, mentre, come abbiamo spiegato, l’alternativa per le Regioni è tra tagli e aumenti di tasse o costi dei servizi essenziali (come la sanità) per i cittadini. Poi c’è l’evasione fiscale: il governo stima un recupero interessante dal meccanismo del reverse change dell’IVA, ma la cifra totale del recupero dell’evasione ogni anno tende a discostarsi, e anche di molto, dalle previsioni dei governi. Tutti rischi sulla copertura con i quali il governo potrebbe dover fare i conti. Prima, e sarebbe una rovina. Dopo, e sarebbe una manovrina successiva a mettere i numeri in fila. Nell’uno o nell’altro caso, sarebbe comunque una sconfitta.