Economia

La Grecia al voto: così Tsipras deciderà il destino dell'euro

La Grecia va a elezioni anticipate, con la prospettiva della probabile affermazione della sinistra di Syriza. Anche nella terza e ultima votazione parlamentare per eleggere il nuovo presidente della Repubblica non è stato raggiunto il quorum di 180 voti necessari per eleggere l’ex commissario europeo Stavros Dimas, ma solo 168 voti, come nella seconda votazione. Scatta quindi la norma che prevede il ricorso automatico al voto anticipato, con tutte le incognite per Atene evidenziate dal tonfo della Borsa, questa mattina. La Grecia al voto andrà il 25 gennaio, fa sapere Samaras.
 
LA GRECIA AL VOTO: TSIPRAS E IL DESTINO DELL’EURO
E probabilmente sarà quella la data in cui si saprà con certezza il destino dell’euro. Perché la sinistra di Syriza giocherà una partita doppia (tanto per rimanere in tema) nella quale presenterà il proprio programma ma cercherà ancora una volta di ribadire che vuole la sua Grecia nell’euro. Ma perché tanta insistenza sulla permanenza nell’eurozona e nell’arcigna Europa dominata dalla grande creditrice della Grecia, cioè la Germania? La risposta è presto detta: Tsipras vuole vincere le elezioni. Nel 2012 i sondaggi davano Syriza ad un passo dalla vittoria. Samaras e i suoi scatenarono una campagna contro il leader della sinistra, accusando lui e il suo partito di voler portare la Grecia fuori dall’euro. Grazie alla paura i conservatori vinsero le elezioni con tre punti di vantaggio, assicurandosi, grazie alla strampalata legge elettorale ellenica, la quasi maggioranza assoluta. Da due anni il paese è governato da una coalizione formata da ND e dal partito socialista (Pasok), ormai ridotto al lumicino proprio da Syriza. Stavolta Tsipras non vuole rischiare. Prima si vince, poi si contratta, questo è il suo programma. E su cosa vuole contrattare? Il suo discorso del 15 settembre alla fiera di Salonicco è lì, pronto come un programma politico da attuare:

• Cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico in modo che diventi sostenibile nel contesto di una “Conferenza europea del debito». E ‘successo per la Germania nel 1953. Può anche accadere per il Sud Europa e la Grecia.
• Includere una «clausola di crescita» nel rimborso della parte restante in modo che tale rimborso sia finanziato con la crescita e non attraverso leggi di bilancio.
• Includere un periodo significativo di grazia («moratoria») del pagamento del debito per recuperare i fondi per la crescita.
• Escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del Patto di Stabilità e di Crescita.
• Un « New Deal Europeo » di investimenti pubblici finanziati dalla Banca europea per gli investimenti.
• Un aiuto quantitativo da parte della Banca centrale europea con acquisti diretti di obbligazioni sovrane.
• Infine, dichiariamo ancora una volta che la questione del prestito forzoso durante l’occupazione nazista della Banca di Grecia è una questione ancora aperta per noi. I nostri partner lo sanno. Diventerà la posizione ufficiale del paese a partire dal nostro primo giorno al potere.
In base a questo piano, ci batteremo e garantiremo una soluzione socialmente praticabile sul problema del debito della Grecia in modo che il nostro paese sia in grado di pagare il debito residuo attraverso la creazione di nuova ricchezza e non di avanzi primari, che privano la società di reddito.
Con questo programma, noi porteremo avanti mettendo in sicurezza il paese il recupero e la ricostruzione produttiva con:
• Aumento immediato di investimenti pubblici di almeno € 4 miliardi.
• Graduale inversione di tutte le ingiustizie del Memorandum.
• Graduale ripristino di stipendi e pensioni in modo da far aumentare i consumi e la domanda.
• Sostegno alle piccole e medie imprese, con incentivi per l’occupazione, e sovvenzione per il costo energetico del settore in cambio di occupazione e di clausole ambientali.
• Investimenti nella conoscenza, la ricerca, e la nuova tecnologia al fine di far tornare a casa giovani scienziati, che sono massicciamente emigrati negli ultimi anni.
• Ricostruzione dello stato sociale, il ripristino dello stato di diritto e la creazione di un regime meritocratico.
Siamo pronti a negoziare e stiamo lavorando per costruire le più ampie alleanze possibili in Europa.
L’attuale governo Samaras è di nuovo pronto ad accettare le decisioni dei creditori. L’unica alleanza che si preoccupa di costruire è con il governo tedesco.

I conti della serva prevedono investimenti programmati  per una decina di miliardi, ma i conti sono ballerini e più che altro l’intenzione di Tsipras appare ben più ambiziosa e politicamente impegnativa rispetto a quello che dice. Tsipras vuole ridiscutere e rinegoziare i termini del salvataggio della Trojka, e vuole farlo nell’ambito delle istituzioni europee.

Il debito della Grecia (Centimetri, infografica)
Il debito della Grecia (Centimetri, infografica)

L’EURO E TSIPRAS
Di più: l’obiettivo di Tsipras è far pagare il conto ai maggiori detentori del debito ellenico: l’Unione Europea e in particolare la Germania. Come spiega il Sole 24 ore, dei 330 miliardi di euro di debito (177% del Pil) l’80% è in mano a istituzioni pubbliche: 60% ai fondi salva-stati, vale a dire all’Unione europea, 12% al Fondo monetario internazionale, l’8% è detenuto dalla Bce, solo il 15% è sul mercato. Insomma, se la signora Merkel non vuole che la Grecia fallisca ed esca dall’euro, creando un pericoloso precedente, deve fare buon viso a cattivo gioco ed accettare una piccola perdita, pari al 27% del fondo salva-stati europeo. Sono solo una cinquantina di miliardi. Alla Francia toccherebbero 40 miliardi, all’Italia 35 e dalla Spagna una ventina. Un piccolo prezzo – spiegano quelli di Syriza – se si considera quanto costerebbe la deflagrazione della zona euro. E qualcosa di equo, se si mette a confronto il trattamento che la stessa Germania ricevette nel 1952, quando le furono condonati i debiti di guerra. Insomma, dicono quelli di Syriza, se come tutti dicono la Germania ha guadagnato più di tutti dalla moneta unica è arrivato il tempo che paghi il conto. Solo così, spiega il capoeconomista del partito di Tsipras, John Milios, il debito in mano ai privati non sarebbe colpito e i mercati non avrebbero ragione di ritorcersi contro il governo ellenico. Ma ai mercati questo interessa poco e da due settimane mettono in conto lo scenario peggiore: il fallimento delle trattative e l’uscita di Atene dalla moneta unica entro i prossimi tre anni. Nei giorni scorsi però non sono stati solo i mercati ad accanirsi contro la sinistra greca. Con una delle sue leggendarie (ma volute) gaffe, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è augurato che i greci non votino “in modo sbagliato”. Nell’appena conclusa due giorni ad Atene, poi, il commissario europeo alle finanze, il francese Pierre Moscovici, ha voluto far sapere che non era lì per incontrare Tsipras, ma solo il governo. Un atteggiamento che ha ripetuto lo sgardo di Angela Merkel durante la campagna elettorale di maggio per le elezioni europee, quando i suoi portavoce riferirono che la Cancelliera non aveva intenzione di incontrare il leader della sinistra, considerato “un interlocutore indesiderabile”. Non solo, Moscovici ha escluso che il piano di Tsipras possa godere di qualche ascolto a Bruxelles: “la zona euro è costruita sulle obbligazioni – ha detto il commissario – mutue obbligazioni. L’idea di contemplare il non rimborso del debito è, secondo me, un suicidio”. Eppure al di là delle dichiarazioni ufficiali, le cose sono molto più sfumate. Joska Fischer, l’ex ministro degli esteri di Schroeder, considera Syriza “pericolosa”. Ma ha pubblicamente rivelato che il governo tedesco è pronto a trattare con Tsipras, Mario Draghi lo ha ricevuto ufficialmente – cosa inconsueta non essendo Tsipras un capo di governo – e il leader di Syriza ha recentemente assicurato che è sua intenzione trovare un compromesso con la BCE. Perché è chiaro che se Francoforte non mette un freno alla speculazione da qui a gennaio, la vittoria elettorale di Syriza è tutt’altro che scontata.
Foto copertina da Wikipedia