Economia

Il cervello in fuga di Giuliano Poletti

«Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi»: non deve evidentemente conoscere vergogna Giuliano Poletti se ritiene di essere in diritto, da ministro del Lavoro, di insultare “ignoti” che se ne sono andati da un paese dove è difficile sia trovare lavoro che trovare un ministro del lavoro degno di questo nome. Ieri infatti, prima dell’uscita cretina sulla gente che è meglio non avere tra i piedi, il ministro aveva fatto qualcosa di ancora più scandaloso: si era accorto del problema dei voucher dopo che da anni c’era chi gli segnalava che c’era un problema che il ministero si rifiutava di affrontare.

Il cervello in fuga di Giuliano Poletti

Poletti, parlando con i giornalisti a Fano, ha detto: “Intanto bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei ‘pistola’. Permettetemi di contestare questa tesi”. E ha poi aggiunto con una stilettata destinata a far discutere: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Detto questo, ha concluso il ministro del Lavoro, “è bene che i nostri giovani abbiano l’opportunità di andare in giro per l’Europa e per il mondo. È un’opportunità di fare la loro esperienza, ma debbono anche avere la possibilità di tornare nel nostro Paese. Dobbiamo offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare”. Poi, rendendosi conto dell’enormità, si è scusato: “Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso. Non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l’Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all’estero”, ha fatto sapere Poletti. “Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri. Ritengo, invece, che è utile che i nostri giovani possano fare esperienze all’estero, ma che dobbiamo dare loro l’opportunità tornare nel nostro paese e di poter esprimere qui le loro capacità e le loro energie”. Ma che sia necessario, ormai, non avere più tra i piedi Poletti, magari pagandogli un biglietto di sola andata per una destinazione estera, se ne è accorto anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera, che oggi lo scrive chiaro e tondo:

Se Giuliano Poletti è stanco di fare il ministro del Lavoro lo dica chiaramente. Abbiamo infatti l’impressione che la sua condotta di gara stia pericolosamente assomigliando a quella di un calciatore in confusione che cerca con insistenza il secondo cartellino giallo per farsi espellere dall’arbitro e saltare un turno. La sua riconferma come ministro è stata in bilico e a giudicare dagli svarioni degli ultimi giorni Poletti non sta aiutando chi lo ha generosamente riconfermato. Prima invocando le elezioni anticipate pur di evitare i referendum sul lavoro e ieri irridendo alla fuga dei giovani italiani dal loro Paese il ministro è venuto meno ai suoi compiti. Dal responsabile del dicastero del Lavoro vogliamo sentire altri discorsi: una pacata riflessione sulle tendenze dell’occupazione nel 2017, una valutazione aggiornata sull’implementazione delle politiche attive del lavoro, notizie fresche sul secondo round di Garanzia Giovani (evitando gli errori del primo).
Poletti poi non può non sapere come tra il suo partito e i giovani si sia aperta una pericolosa faglia il 4 dicembre e come gli under35 siano il maggiore serbatoio di consensi del Movimento 5 Stelle, ebbene le sue uscite sembrano fatte a posta per favorire Beppe Grillo. Ma uscendo dal tema delle convenienze politiche qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che la fuga dei giovani verso l’estero è uno dei maggiori indicatori della crisi di credibilità della politica italiana e al tempo stesso dimostra come la disoccupazione dei nostri ragazzi rappresenti lo zoccolo duro della disuguaglianza. Sono concetti semplici, facili da memorizzare e di conseguenza non chiederemo, come troppo spesso si fa in questi casi, le dimissioni di Poletti. Lo condanneremmo a un pena assai più dura: disertare i convegni e presidiare il ministero.

Il paradosso di Poletti

Ciò che colpisce non è infatti quanto detto sui cervelli in fuga, ma quanto sostenuto sui voucher. Il ministro ha detto  che bisogna portare la situazione dei voucher «ad una condizione che sia una condizione compatibile, perché noi vogliamo un mercato del lavoro stabile, non un mercato del lavoro precario. Quindi se abbiamo una strumentazione che induce a precarietà bisogna cambiarla». Sembrerebbe essere una forma di apertura verso coloro che, come ad esempio il Dem Cesare Damiano, da tempo auspicano che l’utilizzo dei voucher rientri negli ambiti previsti al momento della sua introduzione, nel 2003 (art. 70 del d. lgs. 276/2003), con la Legge Biagi ovvero solo a particolari forme di prestazioni lavorative che devono avere la caratteristica di essere occasionali e accessorie (ovvero non la principale fonte di reddito). Ma non è così, perché il ministro ha anche detto di non avere alcuna intenzione di modificare il Jobs Act “che è una buona legge, una legge che ha fatto bene e fa bene al Paese” e quindi Poletti non vede oggi “ragioni per cui dobbiamo intervenire su questo versante”. Eppure se l’obiettivo del Jobs Act era quello di far crescere l’occupazione non si capisce come mai allora nel 2015 il settore agricolo, settore nel quale era stato inizialmente previsto l’utilizzo dei voucher data la caratteristica di stagionalità del lavoro, è quello che ne ha usufruito di meno mentre commercio (17,3 milioni di voucher), turismo (16,7 milioni) e servizi (13 milioni) sono i settori che lo scorso anno hanno registrato il maggiore utilizzo dei cosiddetti “buoni lavoro”. Inoltre il guadagno netto medio dei lavoratori retribuiti con i voucher negli ultimi anni non è mai arrivato a 500 euro. È quanto indicava l’Inps a inizio ottobre 2016 spiegando che il numero dei lavoratori è cresciuto costantemente negli anni, mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore, invece, è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60 voucher l’anno dal 2012 in avanti. Poiché l’importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, l’Inps calcola che il compenso annuale medio netto negli anni più recenti non ha mai toccato quota 500 euro. Eppure qualche giorno fa il responsabile economico del Partito Democratico (nonché uno dei padri del Jobs Act) difendeva la riforma voluta da Renzi dall’attacco dei promotori del referendum dicendo che il Governo ha già applicato die correttivi sui voucher e spiegando che l’obiettivo del contratto a tutele crescenti è “ridurre la precarietà in ingresso, particolarmente odiosa perché colpiva innanzitutto i giovani e le categorie di lavoratori più deboli”. Proprio Taddei qualche mese fa spiegava che la soluzione al problema non è quella di restringere il campo d’applicazione dei voucher, eliminando la liberalizzazione a tutti i settori economici, soluzione che invece oggi è stata ventilata dal Ministro del Lavoro Poletti. Oggi però Poletti lo ha smentito in parte, dicendo proprio che il governo è pronto a studiare un modo per limitare l’uso dei voucher e tutti a questo punto guardano alla proposta già avanzata da Cesare Damiano di tornare a quanto previsto dalla Legge Biagi.

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