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Francesco Amato: chi è l’uomo degli ostaggi alle Poste di Reggio Emilia

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Francesco Amato, condannato mercoledì scorso a 19 anni nel processo Aemilia contro la ‘ndrangheta, si è chiuso nell’ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia tenendo in ostaggio cinque persone e chiedendo di parlare con il ministro dell’Interno Salvini. Una donna è stata liberata da poco ed è stata soccorsa all’uscita perché ha avuto un malore.

Francesco Amato: chi è l’uomo che tiene in ostaggio i dipendenti delle Poste a Reggio Emilia

Amato si è asserragliato intorno alle 9 del mattino, facendo uscire tutti i clienti e prendendo in ostaggio i dipendenti; era ricercato dai carabinieri di Piacenza che avrebbero dovuto dare esecuzione all’ordinanza firmata dalla corte su richiesta della DDA e condurlo in carcere, ma fino a questa mattina risultava irreperibile. La sua è stata una delle sentenze più pesanti: accusato di associazione di stampo mafioso, è stato condannato in primo grado a 19 anni e un mese di carcere. L’uomo stamattina brandiva un coltello da cucina con manico bianco. All’esterno della filiale, carabinieri, polizia e il pm Iacopo Berardi, con il procuratore capo Marco Mescolini. Si valuta l’intervento di forze speciali.

 

Amato, 55 anni, è stato condannato assieme al fratello Alfredo: secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bologna era “costantemente in contatto con gli altri associati (e della famiglia Grande Aracri) in particolare per la commissione su richiesta di delitto di danneggiamento o minaccia a fini estorsivi, commettendo una serie di reati”. Nel 2016, all’inizio del processo, lo stesso Amato aveva affisso un cartellone provocatorio davanti al tribunale di Reggio Emilia, scritto a pennarello e pieno di invettive. Amato si era autodenunciato poi in aula definendosi l’autore di quel cartellone in cui, diceva, “era anche contenuto il nome dell’autore delle presunte minacce al presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti”, per le quali sono state arrestate nelle scorse settimane due persone, tra le quali un sacerdote.

Francesco Amato e la condanna al processo Aemilia

«Ci sono 250 cutresi che sono accusati appartenenti alla ‘ndrangheta – si leggeva sul manifesto, formato da sette fogli a quadretti, numerati in alto e incorniciati da un grande cartello giallo – Su questi 250 imputati ci possono essere dai 20 ai 30 appartenenti alla ‘ndrangheta che io stesso chiamo feccia». Nello scritto compariva un tributo a boss come Giuseppe Piromalli, Antonio Macrì, Tano Badalamenti. Secondo Amato il processo è nato perché i reggiani volevano cacciare i calabresi perché adesso hanno stretto un patto con gli islamici. Sul manifesto si proponeva anche una protesta per fermare la Via Emilia, l’Autostrada del Sole e la ferrovia e ci sono anche molti riferimenti critici all’Isis e al Califfato. A conclusione delle sette pagine c’è un’immagine di Cristo con scritto di fianco «Onore al nostro credo».

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Il cartello di Francesco Amato nel 2016 (foto da: Gazzetta di Reggio)

Il processo Aemilia ha visto il 31 ottobre la conclusione del suo dibattimento, con 118 condanne per oltre 1.200 anni di carcere e altre 24 in abbreviato: tra questi anche l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta (due anni per reati di armi, ma senza aggravante mafiosa) e il padre Giuseppe. Sempre in abbreviato, sono già definitive in Cassazione le condanne per i promotori dell’associazione a delinquere di stampo mafioso contestata dalla Dda, che nel 2015 fece scattare oltre 160 arresti, assestando un forte colpo alla Ndrangheta imprenditrice.

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