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Come è scoppiato il focolaio alla Bartolini di Bologna

Il direttore del dipartimento della sanità pubblica della AUSL di Bologna dice che non si rispettavano le regole sulle mascherine e sulla distanza. Anche in altri magazzini stanno emergendo contagi

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Paolo Pandolfi, direttore del dipartimento di Sanità pubblica dell’AUSL di Bologna, ha descritto all’ANSA i contorni nel quale si è sviluppato il focolaio di Coronavirus nel magazzino della Bartolini Corriere Espresso, azienda che si occupa di spedizioni merci: le regole per contenere i contagi da Covid-19 “che non venivano rispettate in modo sistematico. Qualche volta, le persone non mantenevano la distanza di sicurezza di un metro” o “usavano la mascherina in modo saltuario, quindi non in modo corretto”. In più, “passata la febbre” alcuni operai “purtroppo si sono rimessi subito a lavorare. Dovevano avere la sensibilità e l’attenzione di non rimettersi a lavorare”.

Come è scoppiato il focolaio alla Bartolini di Bologna

Mentre nei giorni scorsi alcuni giornali, parlando del focolaio, omettevano pietosamente di fare il nome dell’azienda coinvolta, quello della Bartolini in via Roveri è attualmente il focolaio più grande d’Italia: ieri è salito a 64 il numero di persone positive al COVID-19. Si tratta di 47 dipendenti del magazzino e 17 tra familiari e conoscenti; tra loro sono 55 gli asintomatici e 9 i sintomatici, 2 dei quali ricoverati in ospedale. Ci sono poi altri 130 contatti stretti tenuti sotto osservazione, che portano in totale a 194 gli isolamenti fiduciari collegati al caso. Scrive oggi il Corriere della Sera che anche in altri magazzini stanno emergendo contagi:

La rete che si sta monitorando per arginare il cluster, partito qualche giorno fa quando un dipendente ha segnalato al medico aziendale di avere i sintomi della malattia, è tuttavia più ampia: secondo i dati di Ausl Bologna e Regione sono già 138 i tamponi effettuati e altri 190 sono stati eseguiti ieri anche nelle altre sedi operative della Bartolini, compreso l’Interporto. In una nota la società riferisce di uno «screening su 370 persone» chiarendo di «essersi subito attivata per contrastare la diffusione del virus, con sanificazioni degli ambienti e tutte le altre misure, ma il contagio è originato da lavoratori di una società esterna che ha in appalto alcuni servizi nel magazzino».

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Per i sindacati è la punta dell’iceberg perché anche in altri magazzini starebbero emergendo contagi. Aldo Milani, coordinatore nazionale Si Cobas, il sindacato con il maggior numero di iscritti fra i lavoratori della logistica, denuncia «altri 17 casi positivi alla Palletways dove lavorano circa 120 facchini, un caso sospetto alla Tnt dove gli occupati sono 230 e altri 2, su 100 addetti, alla Dhl dell’Interporto».

Il comparto della logistica, che sotto le Due Torri conta un migliaio di dipendenti, a cui si aggiungono gli indiretti delle coop in appalto, è arischio: le consegne di Amazon e altre piattaforme digitali vanno a rilento da giorni. All’azienda sanitaria non risultano altre situazioni, ma ieri i tecnici del dipartimento di Sanità pubblica hanno fatto un sopralluogo all’Interporto di Bologna, il secondo più grande d’Europa, con 120 società, 5 mila accessi al giorno e altrettanti dipendenti diretti e indiretti.

L’attività di contact tracing “ha prodotto l’esecuzione di 138 tamponi ai quali si aggiungono i 190 in esecuzione oggi. Allo stesso tempo – ha spiegato Pandolfi – sono stati disposti complessivamente 130 isolamenti fiduciari domiciliari tra i contatti stretti che sono stati evidenziati nel corso delle inchieste epidemiologiche”. Le indagini sono ancora in corso tutte orientate a confinare completamente il focolaio ed a garantire il corretto isolamento dei casi e dei contatti stretti. La sede di lavoro che è stata interessata dal focolaio è stata oggetto di sopralluoghi sia da parte del personale del Servizio di igiene e sanità pubblica che da parte del servizio di prevenzione e Sicurezza ambienti di lavoro del Dsp.

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