Opinioni

Flavia Perina, Nichi Vendola e l'auctoritas di José Bové sull'utero in affitto

In ossequio al principio del purché se ne parli, il Fatto Quotidiano ha chiesto a Flavia Perina, ex giornalista finiana ed ex politica finiana, un’opinione sulla maternità surrogata e l’utero in affitto a partire dal caso di Nichi ed Ed. Quello che ha scritto la Perina è particolarmente interessante perché spia della mentalità dittatoriale con cui un gran numero di italiani approccia alla tematica. La Perina infatti comincia a spiegare le sue ragioni senza capire né calcolare fin dall’inizio quali sono i problemi che deve affrontare una coppia:

[Però,] fabbricare deliberatamente la “forza maggiore”per cui un neonato sarà allontanato da sua madre cinque minuti dopo il parto, e in molti casi non saprà mai da che ovulo e da che pancia proviene, è un’altra cosa. E se la “forza maggiore” è il desiderio di paternità di Niki e Ed, di Franco e Linda, o di qualunque altra coppia impossibilitata alla maternità diretta, c’è da dirgli: trovatevi un figlioccio da crescere, o un nipotino, o affrontate la trafila dell’adozione.

La Perina infatti mostra di ignorare che una coppia come quella “di Niki ed Ed” in Italia NON PUÒ adottare un bambino. E già questo fa in parte miseramente crollare il ragionamento del “prendetevi un bambino in adozione invece dell’utero in affitto”, ma dimostra anche con quanta serietà si pretenda di scrivere su talune tematiche senza rendersi conto di come funzionino. Per quanto riguarda invece la coppia formata da Franco e Linda, la Perina ignora quali siano le oggettive difficoltà che rendono oggi quasi impossibile riuscire ad adottare un bambino. Strano, visto che è un argomento di cui si parla ordinariamente in tv.

L’utero in affitto a Piazzapulita di next-quotidiano
Ma a questo punto l’obiezione potrebbe essere: “E allora rendiamo più facili le adozioni!”. Ma certo: sono vent’anni che tanti nella parte politica a cui Flavia Perina deve l’elezione in parlamento promettono di velocizzare e semplificare il percorso di adozione. Ma poi in concreto non fanno nulla. E un cittadino che dovrebbe attendere i comodi di uno Stato di solito si chiama suddito, ma si comprende che in certe culture e mentalità la differenza sia troppo sottile per essere apprezzata. Andiamo però avanti, perché poi il ragionamento si fa paradossalmente più interessante. Sostiene Perina:

Perché altrimenti c’è il sospetto che dietro la facciata di questi nuovi diritti riproduttivi ci sia la vecchia retorica patriarcale del “sangue del mio sangue”. Il figlio lo voglio mio. Col Dna mio. Solo e per sempre mio, tantoché molti contratti-standard di surrogacy impongono l’anonimato assoluto della madre biologica e della “portatrice”. “Désir d’enfant n’est pas droit à l’enfant”: il desiderio di avere un figlio non fonda alcun diritto ad avere un figlio. Lo dice José Bové, penso che abbia ragione.

In primo luogo non possiamo non felicitarci del fatto che l’ex direttrice del quotidiano del Movimento Sociale Italiano dica oggi che la retorica patriarcale è una bella stronzata e che queste paturnie dei conservatori sul sangue dello stesso sangue siano una sciocchezza. Non si può non apprezzare e non notare un miglioramento che smentisce in un solo colpo tutto quello a cui la Perina ha detto di credere per tre quarti della sua storia e della sua militanza politica. Ben arrivata! Detto questo per dire che chi vuole la maternità surrogata ha torto la Perina cita niente popò di meno che l’auctoritas di un agricoltore francese. Il che dovrebbe già terrorizzare tutti i giudici dei tribunali che hanno sentenziato senza contestare il reato di “utero in affitto” in favore di tante coppie italiane: se un agricoltore francese dice che le coppie hanno torto, che cosa ne sapranno giudici, tribunali, giuristi e altri ignorantoni su cosa è giusto in base alla legge? Non solo: visto che l’agricoltore francese la pensa così, perché non ascoltare anche la casalinga di Treviso, il pastore abruzzese, il bracciante lucano? Anche loro avranno un’opinione su una cosa che non capiscono: sono forse i figli della serva? E ancora: José Bové l’abbiamo registrato, ma allora cosa ne pensa Miguel Bosé? O Hailé Selassié? O Jesé, quello che ha fatto goal alla Roma contro il Real Madrid? Anche loro hanno un cognome accentato, avranno sicuramente qualcosa da dire sull’argomento. O non sarà che nei posti civili tutti hanno diritto a seguire le proprie opinioni e convinzioni, ma le proprie opinioni devono fare legge a casa propria (“ogni testa è un tribunale”) e quindi così come chi è eticamente contrario [per esempio] all’aborto non abortisca ma non pretenda di imporre la propria morale agli altri (come si fa nei sistemi dittatoriali), la stessa cosa dovrebbe valere per la maternità surrogata?

Alessandro D'Amato

Il direttore di neXt Quotidiano