Economia

La prima volta che la Fiat cacciò Montezemolo

Il grande manager Sergio Marchionne ha pagato 27 milioni di liquidazione a Luca Cordero di Montezemolo per «cacciarlo» – le virgolette sono d’obbligo – dalla Fiat. Dal 2002 ad oggi Montezemolo ha assommato tra compensi e bonus altri 121 milioni di euro, ma la sua buonuscita rimane inferiore a quella che sempre la Fiat pagò a Cesare Romiti, sempre per remunerare un addio al Lingotto. Ma proprio questi nomi che tornano non possono non far venire in mente che non è la prima volta che la Fiat caccia Montezemolo. Ma le differenze tra quella volta e questa sono enormi. Anche se alcuni dei protagonisti, come nei film dell’orrore, a volte ritornano.
 
LA PRIMA VOLTA CHE LA FIAT CACCIÒ MONTEZEMOLO
La prima volta che la Fiat cacciò Montezemolo, infatti, fu ben più traumatica e dolorosa di questo, anche se non ci fu all’epoca una conferenza stampa in cui i massimi rappresentanti della Fiat si divertivano a dire che i giornalisti del Corriere della Sera, di loro proprietà, dicevano «cazzate», com’è successo ieri. Ma di mezzo c’era sempre Cesare Romiti. Luca di Montezemolo, nato a Bologna nel 1947 ed entrato alla Ferrari nel 1973 come responsabile della squadra corse oltre che molto amico di Cristiano Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli sorella dell’Avvocato, accompagnò Niki Lauda e la Rossa di Maranello ai trionfi mondiali del 1975 e del 1977 prima di approdare, proprio in quell’anno, in Fiat come responsabile delle relazioni esterne. Cinque anni dopo la sua carriera a Torino si interrompe bruscamente e viene mandato alla Cinzano International. Come mai? Il motivo, come racconta Gianni Dragoni nel suo libro La paga dei padroni, lo rivelerà nel 1985 proprio Romiti in un’intervista a Repubblica: «Abbiamo pescato, in Fiat, un paio di persone che pretendevano soldi per presentare qualcuno all’avvocato. Uno dei due l’abbiamo mandato in galera, l’altro alla Cinzano». E poi aggiunse: «Dalla Fiat lo licenziai in tronco, anche se poi formalmente risultò che si era dimesso volontariamente». Inutile dire chi fosse il secondo, mentre Romiti diede una seconda versione dei fatti molto meno sbruffona anni dopo, durante un’intervista rilasciata a Gianni Minoli e mentre di Montezemolo si predicava una discesa in politica a breve.

Qui, come vedete, il racconto della scena piuttosto umiliante in cui Montezemolo è costretto ad ammettere le sue colpe davanti all’avvocato Agnelli – episodio molto più cruento e crudele di quello che si immagina quando si pensa a un’uscita dorata da un’azienda – ha lasciato il posto alla cacciata da Fiat, che qui Romiti semplicemente nega, dicendo che invece Montezemolo se ne andò volontariamente dopo aver confessato. In quanto personaggio della Prima Repubblica, il vecchio manager conosce le varie gradazioni dell’esercizio della parola, così come quelle dell’esercizio del potere. E comunque si rifà alla fine, dicendo che mai voterebbe Montezemolo se questi si presentasse alle elezioni. L’ultimo sberleffo a un personaggio che Romiti avrà avuto grande soddisfazione nel liquidare.
 
QUANDO I POLLI AVEVANO I DENTI
Ma forse c’è qualche particolare da apprezzare in più, nella storia. Pochi ricordano, ad esempio, che all’epoca la vicenda ebbe un seguito processuale. Montezemolo, che secondo la leggenda era solito intascare i soldi che prendeva per trovare un buco nell’agenda di Agnelli – decine di milioni – in un libro di Enzo Biagi, ammise tutto davanti al giudice istruttore Gian Giacomo Sandrelli, che, volle il caso, anni dopo faceva il sostituto procuratore quando il tribunale lo prosciolse dall’accusa di irregolarità fiscali nell’acquisto di Baggio quando era presidente della Juventus. Tutto comincia quando all’orizzonte di Montezemolo spunta Gianfranco Maiocco, che – raccontano Gomez e Travaglio nel libro La repubblica delle banane – è un rampante finanziere che, come al solito succede a quelli che usano quell’aggettivo, finisce per fare rima con bancarottiere. «Maiocco fu da me presentato ai settori di Teksid (ingegner Palazzo), di Fiat Ferrovie e di altre branche del gruppo. Maiocco mi fu anche raccomandato da Nicola Pietrangeli, il tennista».Lavora per lui, nel senso che lo presenta a tanti obiettivi sensibili, come li chiamerebbero oggi. Montezemolo dice di non aver ricevuto in totale più di un centinaio di milioni da Maiocco, ma racconta anche di soldi dati in contanti proprio nel libro di Enzo Biagi. Due anni dopo Montezemolo viene convocato da Romiti, che gli chiede di Maiocco: Montezemolo nega di aver preso soldi, ma Romiti sa che è tutto vero perché gliel’ha detto Paolo Cantarella, all’epoca suo assistente e anche conoscente di Maiocco. Il quale chiese di incontrare Romiti perché aveva «importanti notizie da riferire riguardo personaggi Fiat». Romiti mandò Cantarella in esplorazione, e lui ascoltò Maiocco chiedere alla Fiat di intervenire per far ammorbidire la presa alla Barclays Bank che lo stava perseguitando. «Al termine del colloquio mi diede dei documenti. Si trattava di schedine di contabilità in fotocopia, riguardavano l’ing. Ferdinando Palazzo e il dottor Luca di Montezemolo. Egli mi disse che si trattava di denaro che Maiocco aveva loro erogato in via riservata in funzione dell’attività svolta presso il gruppo Fiat. Mi disse di far recapitare dette schedine al dott. Romiti». Cantarella esegue, Romiti avverte Agnelli e il giorno dopo Montezemolo è in trappola.
 
O TEMPORA, O MORES
Altri tempi. E comunque la storia approda a un lieto fine, visto che Montezemolo torna nelle grazie degli Agnelli e l’avvocato lo piazza in Fiat. A proposito, adesso per Luca Cordero si parla di un futuro (scusate la parola) in Alitalia. Che non è certo la Cinzano dell’epoca. C’era un tempo in cui i manager usavano fare così con i personaggi sgraditi. Oggi c’è la moda delle liquidazioni milionarie (tanto pagano gli azionisti). O tempora, o mores.

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