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Un fedelissimo di Renzi ha scritto la norma per Silvio?

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Ufficialmente i nomi sono tre. Ma cercare il responsabile della norma salva-Silvio nella riforma del fisco non sarà facile. Anche perché due di questi sono fedelissimi del presidente del Consiglio Matteo Renzi. La norma salva-Silvio – che tra l’altro avrebbe avuto molti problemi di applicabilità nel caso in esame – è attualmente, come capita in questi casi, completamente orfana: nessuno, tra governo e ministeri, si assume la responsabilità di averla scritta e inserita nel testo che a quanto pare è transitato dalla commissione del Tesoro al ministero e di lì a Palazzo Chigi. Tra i possibili «colpevoli» vengono infatti indicati il sottosegretario Ncd Luigi Casero, il sottosegretario Luca (detto “Luha”) Lotti, e Antonella Manzione, capo ufficio legislativo di Palazzo Chigi, ed ex comandante dei vigili di Firenze che Renzi si è portato a Roma. In due casi su tre si tratta di fedelissimi di Matteo Renzi.
 
CHI HA SCRITTO LA NORMA SALVA-SILVIO?
La ricostruzione della nascita della norma è effettuata da Liana Milella su Repubblica, che parte dal racconto di Franco Gallo, ex presidente della Consulta e oggi a capo della commissione del Tesoro che ha redatto il primo testo due mesi fa. Gallo dice che la norma non c’era, e la bozza inviata dal Tesoro a Palazzo Chigi conferma. «La mia è una commissione di gente per bene. Io, in quel testo, non mi riconosco». Tant’è che ha deciso di riunire oggi il suo gruppo e di esprimere apertamente il suo dissenso, fa sapere Repubblica. Ma proprio da lì è utile partire per ricostruire l’iter:

Quando il suo decreto arriva, con il via libera di magistrati famosi nella lotta ai reati fiscali come il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, l’Agenzia delle entrate con il direttore Rossella Orlandi fa delle osservazioni. Altrettanto fa la Guardia di finanza. A quel punto il testo è pronto. La salva Silvio non c’è. Viene spedito per mail agli altri ministeri. Tra questi anche alla Giustizia, dove i tecnici del Guardasigilli Andrea Orlando annotano le possibili anomalie. Siamo a circa venti giorni fa. Nel decreto legislativo che arriva in via Arenula non c’è traccia della salva Silvio. Ovviamente ne è rimasta traccia nei pc dell’ufficio legislativo. Giustizia annota le possibili anomalie. Tra queste soprattutto la soglia troppo bassa che rischia di bloccare le confische sotto i 150mila euro. Quello di cui Orlando si lamenterà a palazzo Chigi.

Prima del 24 dicembre, il giorno del consiglio dei ministri, il testo non viene esaminato in un pre-consiglio.

Dal Tesoro, ancora ieri, arrivano affermazioni perentorie: «Il nostro testo era quello originario. La norma che potenzialmente può aiutare Berlusconi non c’era. Non siamo stati noi. L’hanno messa a palazzo Chigi. Chi? È fin troppo facile immaginarlo…». Il pettegolezzo circola. Antonella Manzione, il capo dell’ufficio legislativo. Luca Lotti, il sottosegretario. Negano entrambi. Di rimando, da palazzo Chigi, spunta un nome dell’Economia, quello del sottosegretario Luigi Casero, oggi Ncd, ma descritto tuttora come un fedelissimo di Berlusconi. Ultimo atto, il consiglio dei ministri. Dove il testo è stato discusso. Dove il titolare dell’Economia Padoan non ha sollevato eccezioni. Dove neppure il suo staff tecnico ha rilevato anomalie. Dove Renzi ha insistito che, tra l’alternativa se mettere un tetto oppure fissare una percentuale, era meglio la seconda strada perché nei grandi gruppi industriali è possibile un errore di bilancio, una svista, fatta non per frodare il fisco. Renzi e Orlando hanno discusso. Orlando per le sue confische. Renzi per mettere pene più alte.

E quindi, argomenta il quotidiano, la norma c’era anche se nessuno ha parlato di applicabilità nel caso Berlusconi. Luigi Casero nega di aver toccato la norma prima del CdM.

salva silvio
Norma salva-Silvio, la ricostruzione del Corriere (5 gennaio 2015)

IL PROBLEMA DELLA TRASPARENZA (E DELLA COMPETENZA)
Ecco quindi, il problema principale. Quello della trasparenza e della responsabilità politica. Perché non è la prima volta che nei meandri dei decreti legislativi si nascondono sorprese poco gradite sia per l’esecutivo che per il Parlamento. Ricorda Luigi Ferrarella sul Corriere:

È successo già tre volte solo nell’ultimo mese. Sull’applicabilità o meno della licenziabilità del Jobs act ai dipendenti pubblici si sono visti un influente senatore (Ichino) affermare che in Consiglio dei ministri fosse entrata una norma poi depennata, due ministri (Madia e Poletti) smentirlo e assicurare che mai vi fosse stata una norma del genere, e infine il premier ammettere che sì, insomma, la norma c’era ma era poi stata tolta in vista di un altro più coerente contenitore legislativo.  Pochi giorni prima, quando il governo aveva (per ora solo) annunciato una già striminzita legge anticorruzione, in Consiglio dei ministri era entrata, ma misteriosamente non era più uscita per mano di non si sa chi, una norma premiale per il primo tra corrotto e corruttore che spezzasse il vincolo d’omertà e denunciasse il complice. E adesso, dopo due casi di norme «desaparecide», eccone uno di legge «orfana»: cinque parole che, nell’attuazione delle delega sui reati fiscali, alla vigilia di Natale paracadutano una inedita «clausola di non punibilità» che, per una serie di rimbalzi procedurali, di sponda avrebbe l’effetto finale di dare a Berlusconi la chance di chiedere la revoca della condanna definitiva per frode fiscale sui diritti tv Mediaset e ritornare alla politica sinora preclusagli da quella legge Severino che come presupposto ha appunto l’esistenza di una condanna definitiva.

luca lotti giglio magico
Luca Lotti, di professione sottosegretario (click per la bio)

Ed è proprio Ferrarella a puntare il dito sulla questione più spinosa tra quelle sollevate in questo anno scarso di presidenza Renzi:

Perché si può fare tutto, anche depenalizzare questo o quel reato, magari pure con benefici indiretti per questo o quel soggetto: ma alla luce del sole, con trasparenza dei percorsi e consapevolezza dei risultati. Per migliorare i quali,forse, ogni tanto non guasterebbe qualche sfottuto «professorone» in più, e qualche fedele ma incompetente in meno.