Opinioni

Due miliardi per salvare Alitalia

Alitalia, in forte crisi finanziaria, deve ricercare nuovo capitale per evitare l’amministrazione straordinaria. Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha indicato ieri alla Camera il fabbisogno per la compagnia, sulla base del piano industriale presentato lo scorso 16 marzo, in 2 miliardi di euro tra nuovo equity e linee di credito. Circa 900 milioni sono a carico del socio al 49% Etihad. Il resto è di competenza dei soci italiani, in primis Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il Corriere della Sera spiega oggi i dettagli del salvataggio:

Il salvataggio coinvolgerebbe anche Aeroporti di Roma (controllati da Atlantia, a sua volta socio di Alitalia) a causa di un risarcimento pendente di circa 50 milioni per effetto dell’incendio scoppiato a maggio del 2015 al Terminal 3 dello scalo, che ha finito per penalizzare la compagnia. E anche Montepaschi e la Popolare di Sondrio, destinate ad aumentare la loro partecipazione in Cai a causa di prestiti concessi ora da dover convertire. Anche Generali sarà costretta a fare la sua parte, perché esposta con Alitalia per 300 milioni tramite un’obbligazione con scadenza 2020 a rischio insolvenza. Gli altri 900 milioni sono in carico ad Etihad. La compagnia emiratina, socia al 49% di Alitalia (partecipazione oltre la quale non può andare per i vincoli Ue) dovrebbe procedere alla conversione di due bond da 375 milioni.

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Alitalia, l’ennesimo piano (Corriere della Sera, 23 marzo 2017)

I restanti 525 milioni verrebbero erogati sotto forma di equity, compresi i 200 milioni del «piano di contingenza» a garanzia della sostenibilità del piano industriale. Mancherebbero all’appello ancora 200 milioni. Dovrebbero garantirli ancora Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma qui è cominciata una trattativa sottotraccia con Cassa Depositi e Prestiti. L’ipotesi più accreditata — per evitare un default che costerebbe allo Stato circa 10 miliardi per le ricadute sul Pil e gli oneri sociali derivanti dalle migliaia di esuberi — è che debba intervenire Cdp Equity, la holding di partecipazioni della Cassa, il cui mandato è «investire in imprese italiane di rilevante interesse strategico». Ciò potrebbe avvenire tramite un prestito-ponte in cui anche le banche farebbero la loro parte. Fido coperto però da una garanzia del Tesoro in caso di perdite.

Il piano deve essere ancora vidimato dall’Europa. L’ultima operazione di salvataggio costò 3 miliardi di euro ai contribuenti. Qui si parla di duecento milioni ma anche di 2037 esuberi. Il pubblico continuerà a pagare gli errori del privato?

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