Attualità

Don Patrizio Benvenuti: la difesa del prete accusato di una truffa da 30 milioni di euro

don patrizio benvenuti

«Questa Ordinanza del Giudice Schonsberg, è una colluvie di menzogne che, guarda caso, ricadono puntualmente su di me e su Pandolfo; molte verità, ma talmente mischiate a bugie e falsità da perdere la globale visione della realtà dei fatti… Come difendersi? Eppure mi hanno sempre insegnato e garantito che la verità prima o poi emerge in tutto il suo splendore… Voglio davvero sperarci!»: si conclude così la difesa di Don Patrizio Benvenuti diffusa in una nota di tredici pagine diffusa da un ‘Comitato di sostegno internazionale a don Patrizio Benvenuti’ in cui ribatte punto per punto alle accuse di truffa, riciclaggio, evasione fiscale mossegli ieri dai GIP di Bolzano.

Don Patrizio Benvenuti: la difesa del prete accusato di una truffa da 30 milioni di euro

Accuse pesanti per il sessantaquattrenne alto prelato di origini argentine, in passato braccio destro del cardinale genovese Giuseppe Siri e che oggi vive a Genova, dove gli è stata notificata dalla Guardia di Finanza l’ordinanza degli arresti domiciliari

«Stava partendo per la Canarie dove voleva trasferire la sua residenza», hanno precisato. Perché Bolzano? «Perché la sede della fondazione umanitaria Kepha che lui presiedeva è in Val Badia, un posto da lui forse ritenuto sicuro», spiega Alessandra Faietti, comandante della compagnia di Brunico. Di sorpresa in sorpresa: sotto le cime dolomitiche non c’è chissà quale palazzo di vetro. La sede è l’umile abitazione della sua ex perpetua ora settantaquattrenne, già suora, che un bel giorno ha deciso di parlare ai finanzieri di certi strani documenti bancari che le venivano recapitati, oltre che di 35 mila euro dati al monsignore e mai più rivisti. Da lì i finanzieri sono risaliti a una maxi truffa da 30 milioni di euro ai danni di almeno 300 ignari investitori che pensavano di finanziare opere caritatevoli e che si sono ritrovati con un pugno di mosche. Avevano versato del denaro al sacerdote che millantava inesistenti accrediti in Vaticano.

E c’è di più, racconta Andrea Pasqualetto sul Corriere:

Intorno alla Fondazione, proprietaria di Villa Vittoria (valore circa 8 milioni di euro) e di un grande sito archeologico a Selinunte, nel Centro museale di Triscina, entrambi sequestrati, si è sviluppata una rete di società, onlus, trust e fondazioni ramificata in mezzo mondo. Francia, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Stati Uniti. Tutte facenti capo a monsignor Benvenuti e a un suo stretto collaboratore, Christian Paul Gerard Ventisette, cinquantaquattrenne affarista francese originario della Corsica, ora inseguito da un mandato di cattura internazionale. La sua società, la lussemburghese Icre, è proprietaria di terreni e immobili a Poggio Catino (Rieti) e Poppi (Arezzo), finiti sotto sequestro. Lui e il monsignore «se lasciati in libertà effettueranno ulteriori operazioni bancarie finalizzate a ostacolare l’identificazione dell’origine delittuosa delle somme nella loro disponibilità», scrive il gip di Bolzano nelle settanta pagine di ordinanza per motivare le esigenze cautelari. Dell’associazione facevano parte altre sette persone che, a vario titolo, collaboravano all’attività illecita. Fra queste un fiorentino, due romani, e poi belgi e francesi. Difeso dall’avvocato Fausto Maria Amato, il prelato si è detto innocente: «Io non c’entro nulla, ha fatto tutto Ventisette, al quale avevo dato la mia fiducia

La difesa di Don Patrizio Benvenuti

Ma Don Patrizio Benvenuti non ci sta. E nel documento diffuso dal suo comitato contesta punto per punto l’ordinanza che l’ha portato ai domiciliari. E accusando Patrizio Ventisette, uno degli altri indagati:

Non ho mai impartite direttive! Né verbali, né per scritto. Salvo rarissimi casi in cui chiedevo (dunque non disponevo!) per e-mail sostegno per la Fondazione attingendo ai profitti che mi si affermava essere prodotti dagli investimenti. Ho assecondato quelle del Ventisette perché avevo totale stima e fiducia di lui. Stima e fiducia che si era conquistato negli anni facendo arrivare aiuti e provvidenze alla Fondazione. Non sono neanche mai riuscito ad ottenere quanto mi stava a cuore: pagare i mutui di Piombino e del CAM, togliermi dalle spalle il prestito chirografario di duecentomila euro acceso per completare l’acquisto di Piombino, togliere le ipoteche sulla proprietà di mia sorella. Neppure sono riuscito ad ottenere che si finanziasse, l’Opera Omnia del Cardinal Giuseppe Siri (a cui devo il dono del Crisma Sacerdotale), della quale fummo i promotori; riuscimmo solo a far pubblicare due volumi, ma fummo costretti a fermare il terzo (ormai pronto per la stampa) con scorno e imbarazzo per non aver onorato il contratto col la Casa Editrice, cosicché si è aperto un conflitto con la Casa Editrice che reclama lo stesso il pagamento del lavoro effettuato. Eppure si trattava di poche migliaia di euro, cifra insignificante rispetto ai movimenti finanziari operati dal Ventisette; sarebbe bastato un piccolo intervento da parte del Ventisette o della Kepha Invest, come ci fu garantito più volte. La stessa situazione si è ripetuta per il Cartoons sulla “Vera Storia di Santa Claus” che avevo scritto; anche qui si trattava di un modesto contributo. Le decisioni sugli investimenti le prendeva ESCLUSIVAMENTE il Ventisette con il suo staff di tecnici. Le mie richieste venivano puntualmente disattese e smontate dialetticamente adducendo come pretesto che occorreva concentrarsi esclusivamente su investimenti immobiliari certi e redditizi. Ma non solo, il Ventisette e i suoi accoliti (il suo staff), facevano e disfacevano a nostra insaputa e a nostro danno. A riprova ci sono e-mail con nostre proteste per aver elaborato siti e brochure che ci riguardavano senza averci interpellato. In particolare, ricordo perfettamente, una circostanza nella quale scoprimmo l’elaborazione di un sito che coinvolgeva la Fondazione e di cui non fummo né interpellati, né avvisati. Ci furono delle e-mail di protesta da parte mia e di Andrea Pandolfi (incaricato dalla Fondazione di elaborare e disciplinare tutto quello che riguardava siti e brochure); naturalmente non ottenemmo risposte pertinenti ed adeguate.

kepha patrizio benvenuti
Un estratto del documento che il comitato per Don Patrizio Benvenuti ha diffuso

E ne ha anche per Suor Donata, la religiosa da cui è partita l’indagine:

Per quanto riguarda Suor Donata (al secolo Agnese Colz) è senz’altro vero che abbia accettato di sottoscrivere i due atti costitutivi del TRUST OPUS (17/12/2009) e la OPUS SRL (02/02/2010), grazie alla fiducia che riponeva in me. In verità occorre tuttavia dire che fu il Ventisette (spesso ospite a pranzo o a cena a casa nostra) a convincerla dialetticamente della utilità, bontà e serietà dell’operazione. Suor Donata si fidava sostanzialmente del Ventisette come mi fidavo io. Il Ventisette, per persuaderla, non mancò di mostrarsi generoso con lei con “elargizioni” in denaro contante, facendole così capire che ci sarebbero state, nel tempo futuro, soddisfazioni e gratificazioni sia per la Fondazione che per lei stessa. Sono cero che se le fosse richiesto, Suor Donata sarà precisa nel rispondere e non negherà (specie se sotto giuramento) la verità della circostanza. Inoltre, come per altre situazioni, fu lui (il Ventisette), a prelevarci da casa e a portarci da un suo notaio (Mussumeci) che non conoscevo. Appresi in seguito che il notaio era in rapporti di amicizia con Fabio Pompei.
Suor Donata non mi ha mai dato denaro contante, ma negli anni, dopo la morte di mia madre (2001), durante le mie prolungate assenze da casa (impegnato nelle missioni militari in teatri internazionali (NATO: ALBANIA E KOSOVO); ma in seguito anche in periodi normali in cui ero presente a Roma, faceva la spesa per gli alimenti di uso quotidiano. Da notare che io pranzavo e spesso cenavo alla mensa militare. In pratica provvedeva al suo stesso sostentamento. Rimane pur vero che quando ricevevo ospiti a colazione (massimo 3-6 persone) talvolta, ma non sempre, la spesa la faceva lei. Spesso andavo io allo spaccio del Vaticano facendo provviste per lungo tempo come si potrebbe evincere dalla mia carta o dal mio libretto degli assegni. Inoltre non poche volte le ho dato contante congruo per affrontare un lungo periodo. Del resto io provvedevo al mantenimento della casa (affitto, telefono, bollette utenze, ecc.), e lei viveva a casa praticamente sola e totalmente libera. La sua presenza non era da dipendente, ma come membro a tutti gli effetti della famiglia. Così era considerata e trattata.