Fact checking

Alessandro Di Battista e l'Isis: cosa c'è dietro

E va bene. Il deputato grillino Alessandro Di Battista ha detto una boiata, quando ha affermato che il terrorismo è l’unica arma a disposizione di chi si ribella contro i bombardamenti. I media si sono scatenati (anche perché il rapporto tra Grillini e giornalisti non è mai stato idilliaco) mentre qualcuno, all’opposto, ha cercato di contestualizzare le parole del deputato che sarebbero state travisate oltre il loro vero significato. Come stanno le cose? Di Battista ha difeso i terroristi o è stato travisato? La sua è una battuta infelice o è l’espressione di un sentimento diffuso in determinati ambienti? Proviamo a vederci un po’ più chiaro.
 
ALESSANDRO DI BATTISTA E L’ISIS
Il punto di partenza sono le dichiarazioni precise di Di Battista, contenute in un lungo post sul blog di Beppe Grillo. Parlare e commentare dopo aver letto le dichiarazioni e avendone conosciuto il contesto è cosa buona e giusta. Si tratta di un post dal forte retrogusto complottista che contiene tutta la retorica della propaganda anti-americana diffusa all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Basta leggere ciò che scrive a proposito dell’11 settembre:

L’attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L’Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l’Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l’Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. …

In Afghanistan erano presenti tutti i campi di addestramento di Al Qaeda e i Talebani avevano garantito la loro protezione ad essa e al suo capo, Osama Bin Laden, per cui sostenere che non avessero nulla a che fare con il terrorismo internazionale è una menzogna bella e buona. Così come la teoria di prendere il controllo del petrolio iracheno è una barzelletta, perché gli Stati Uniti non hanno mai avuto bisogno del petrolio di Saddam e anzi si avviano a diventare il maggior esportatore mondiale di oro nero.

(infografica: flashpointsurvival.com)
(infografica: flashpointsurvival.com)

 
IL COMPLOTTISMO IMPERANTE
La visione di Di Battista è quella imperante negli ambienti del complottismo anti-americano e che Di Battista abbia una certa inclinazione verso le teorie del complotto è dimostrato dai suoi timori che i poteri del “sistema” incastrassero i Grillini con bustine di cocaina e donnine compiacenti, per impedirgli di vincere le elezioni. E’ in questo contesto retorico che Di Battista analizza il fenomeno del terrorismo:

Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.
Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all’ingiustizia sociale.

E’ chiaro che Di Battista è stato attento a mettere i puntini sulle i nel tentativo (fallito) di evitare che le sue affermazioni fossero interpretate come un’approvazione del terrorismo stragista. Anche il Papa ha avuto la stessa accortezza, quando ha detto:

Quando c’è una aggressione ingiusta, posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. E sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra, ma fermare.

Però al Papa (che con i giornalisti ha un rapporto decisamente migliore dei Grillini) è andata bene, anche se non si vede modo di “fermare l’aggressore ingiusto” che non sia quello di prenderlo a cannonate.
 
I TERRORISTI SONO INTERLOCUTORI?
Di Battista dice che con i terroristi bisognerebbe parlare, occorre elevarli a interlocutori. E’ un’affermazione semplicistica e pressapochista, perché il dialogo serve a poco quando il nemico è il fanatismo religioso. E bisogna valutare bene se l’esigenza di salvaguardare l’incolumità dei cittadini occidentali che viaggiano in metropolitana valga la soppressione dei diritti civili (soprattutto delle donne) attuata dalle teocrazie che i terroristi vorrebbero instaurare e imporre a decine di milioni di individui. E’ facile parlare quando si gode della libertà di farlo, ma se Winston Churchill e Franklin D. Roosevelt avessero ragionato come lui, oggi Di Battista dovrebbe venerare una croce uncinata o un fascio littorio e gli ebrei sarebbero un mucchietto di cenere. Su una cosa, però, Di Battista ha ragione: il terrorismo, anche quello fanatico religioso, è figlio del malessere sociale. Il terrorismo delle Brigate Rosse si alimentò dalla condizione della “classe operaia” di quel tempo e dalla disuguaglianza sociale che favoriva la “borghesia”. E così il terrorismo islamico si alimenta dal malessere sociale in cui sono costretti decine e decine di milioni di musulmani che si vedono esclusi dal benessere e dal lusso in cui vive solo una piccola parte della popolazione, grazie ai proventi del petrolio.
 
I TORTI E LE RAGIONI
Ma, purtroppo per lui, questa considerazione fu fatta proprio dagli americani, all’indomani dell’11 settembre 2001, nell’ambito del rapporto finale redatto dalla Commissione di inchiesta indipendente. Val la pena di citare un passaggio fondamentale delle conclusioni e delle raccomandazioni di quel rapporto:

Il terrorismo non è causato dalla povertà. Al contrario, molti terroristi provengono da famiglie benestanti. Tuttavia, quando la gente perde la speranza, quando la società è spaccata e divisa, si crea il terreno fertile per il terrorismo. Politiche economiche retrograde e regimi oppressivi portano a una società che non nutre speranze, dove le aspirazioni e le passioni non trovano sfogo.
(…)
Raccomandazione. L’approccio strategico degli Stati Uniti alla lotta globale contro il terrorismo deve includere politiche economiche che incoraggino lo sviluppo, l’apertura sociale, l’opportunità per la gente di migliorare la qualità della vita delle proprie famiglie e le prospettive di futuro per i propri figli.

Non dialogare con i terroristi, quindi, ma promuovere quelle condizioni di benessere sociale ed economico che impediscano al terrorismo di trovare terreno fertile. Ed è esattamente contro questa prospettiva che il terrorismo fanatico religioso si muove e colpisce, ben consapevole della minaccia mortale che essa rappresenta per la propria sopravvivenza. Per questo non ci sono spazi di dialogo con quel tipo di terrorismo, che si nutre dell’odio, opportunamente indirizzato, generato dall’oppressione, dalla povertà e dalla mancanza di speranze. Possiamo e dobbiamo dialogare con i popoli e dare speranze e prospettive, ma con il terrorismo non c’è nulla da discutere o da elevare: va combattuto e sconfitto.