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Querelati in casa

«Poteva andare a porgere un fiore sulla tomba di Don Peppino Diana a Casal di Principe, festeggiare il 2 giugno a Scampia tra i ragazzi di periferia, recarti ad Acerra, Caivano o Giugliano, nella terra dei fuochi, da Don Patriciello e visitare chi ha gente morta di tumore in casa per aver semplicemente respirato. Ora sei il Presidente della Campania, una terra bella e martoriata, e il tuo primo atto poteva essere un simbolo di rinascita. Lo ha voluto sprecare per andare in questura a denunciare Rosy Bindi»: come ha scritto Marco Furfaro, la scelta di querelare Rosi Bindi è forse l’atto peggiore con cui può iniziare il suo mandato come governatore Vincenzo De Luca. Essendo ben certi che, a norma di legge, il suo mandato subirà uno stop a breve, l’esibizionismo del neogovernatore della Campania poteva essere meglio speso. Tanto più che la querela per «diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali, abuso d’ufficio» nei confronti di Rosi Bindi ha buone probabilità di finire nel cestino. Insieme alla serietà della politica italiana.
 
QUERELATI IN CASA: BINDI E DE LUCA
Sarebbe infatti appena il caso di ricordare a De Luca e a Raffaele Cantone – il quale oggi ha rilasciato una surreale intervista a Repubblica sull’argomento – che la Bindi, presidente della Commissione Antimafia per voto dei partiti (tra cui il Partito Democratico), ha seguito il regolamento per la formazione delle liste approvato dai partiti (tra cui il Partito Democratico) il 23 settembre 2014 all’unanimità. I quattro articoli formalizzano l’impegno dei partiti a non candidare persone che siano state o condannate in primo grado o rinviate a giudizio per determinati reati, visto che per le condanne con sentenza definitiva ci pensa la legge Severino. E si è stabilito che le formazioni che intendono comunque candidare queste persone, devono rendere pubbliche le motivazioni. Sempre nel regolamento è previsto che la Commissione verifichi che le liste rispondano a questi criteri. In particolare gli articoli 3 e 4 dicono:
bindi antimafia
Luciano Violante, spesso richiamato come auctoritas per segnalare le critiche alla decisione dell’Antimafia, qualche giorno fa ha rilasciato un’intervista alla Stampa nella quale dice molte cose interessanti. Come si vede, Violante critica il concetto stesso di “impresentabile”, figlia, a suo parere, di populismo giuridico. Ma, come abbiamo visto, la scelta del codice è stata fatta nel 2014 e approvata da tutti i partiti (anche dal PD, e anche dai renziani del PD) nel settembre 2014. Che colpa ne ha la Bindi? In secondo luogo, Violante critica l’impossibilità di replicare per chi è finito nella lista e per i partiti, causata dal fatto che la lista è stata pubblicata il venerdì prima del silenzio elettorale. Vero, ma si è arrivati a venerdì a causa della mancanza di dati su una regione (la Campania), per questioni non imputabili alla presidenza; e poi, che i partiti traggano nocumento dal fatto che la storia degli impresentabili finisca solo sui giornali da sabato e non sui giornali da martedì (con relativo martellamento elettorale da parte di quelli che non hanno candidato impresentabili) è una tesi difficile da sostenere.
 
IL PICCOLO GIURISTA
In più, bisognerebbe ricordare l’antipatica questione dell’immunità parlamentare, che pure dovrebbe avere un ruolo nella questione sollevata da De Luca (come lui dovrebbe sapere benissimo). E che l’idea della lista è stata ratificata dalla commissione Antimafia giusto due settimane prima della sua pubblicazione. Come mai De Luca querela solo la Bindi e non tutta la commissione? Se poi davvero ci fosse un processo, poi, la Bindi per difendersi dalle accuse di un esponente PD potrebbe anche decidere di portare a testimone… qualche esponente PD. Come ha ricordato Marco Damilano su L’Espresso, infatti, così si esprimeva Franco Mirabelli, capogruppo PD in commissione, il giorno prima della pubblicazione delle liste: “Sul fronte dell’analisi delle candidature, cosi’ come su molti altri aspetti, l’Antimafia ha compiuto un grande lavoro nella lotta alla criminalita’ organizzata. La battaglia contro la mafia non ha bisogno di grilli parlanti che la usano per fare propaganda elettorale, ma di serieta’, di responsabilita’ e di atti concreti. E’ un atto concreto per la Commissione Antimafia essersi assunta la responsabilita’, di fronte alle preoccupazioni emerse in questa campagna elettorale di verificare le liste regionali sulla base del proprio Codice di autoregolamentazione. Grazie a questo lavoro i cittadini di 5 Regioni che vanno al voto sanno che, dal punto di vista della nostra Commissione, non ci sono impresentabili in nessuna lista, in Puglia conoscono le 4 persone la cui posizione viola il codice di regolamentazione e domani si concludera’ l’indagine sulla Campania. Tutto cio’ e’ stato fatto per la prima volta nella storia dell’Antimafia, in assenza di strumenti efficaci e con tempi stretti per operare. Non riconoscere tutto questo e’ sbagliato, da’ un messaggio negativo ai cittadini, accredita l’idea che politica e istituzioni non stiano lavorando per combattere l’illegalità”. In più, la Bindi potrebbe chiamare a testimoniare il premier Renzi. Il quale, in tv, il giorno prima della pubblicazione della lista disse sì che non sarebbe stato eletto nessun impresentabile (e qui ha clamorosamente stoppato), ma, avendone la possibilità, non ha speso una parola sull’inopportunità presunta di presentare una lista il giorno dopo. Su quello il premier fu silente. Chissà perché.
* Il titolo “Querelati in casa” è di SkyTg24