Economia

Debito pubblico e sovranità: perché l’Italia non può imitare il Giappone

@Alessandro Cascavilla|

debito pubblico Draghi condizionatore

Nel dibattito pubblico siamo soliti sentir dire da parte di economisti da bar, alcuni politici e sovranisti sfegatati, che il debito pubblico italiano non è un problema. Tra le varie spiegazioni -scientificamente discutibili- si sostiene che il Giappone ha un debito pubblico rispetto al PIL più elevato, e possa permetterselo perché ha una banca centrale “sovrana” che può stampare moneta per finanziarlo. Ma è davvero così? Anche l’Italia potrebbe non avere alcun problema di sostenibilità del debito se solo tornassimo alla cara, vecchia e svalutabile lira? Non proprio.
Innanzitutto, il debito pubblico del Giappone, in rapporto al PIL, è pari al 266%, il più alto del mondo. Nonostante questo, il Giappone non soffre di tensioni continue sui mercati finanziari, come accade invece per l’Italia. Questo è causato da alcuni fattori strutturali:

1) In Giappone la pressione fiscale è più bassa. Il rapporto tra tributi riscossi dallo Stato e Pil in Giappone è cresciuto negli ultimi 20 anni, ed è pari circa al 30%. In Italia invece, secondo le ultime stime, il gettito fiscale rispetto al Pil è del 43,5%. Questo implica che, a parità di risorse, un Paese con una pressione fiscale più moderata riesce a finanziare le sue spese aumentando la tassazione, senza causare particolari tensioni su cittadini, imprese e mercati finanziari – di conseguenza l’effetto sugli interessi da pagare sul debito pubblico sono marginali –. Rispetto all’Italia, il Giappone può permettersi di aumentare le imposte per recuperare fonti per ovviare alle eventuali richieste di rimborso del debito. Non a caso, nel 2019, l’IVA in Giappone è aumentata dall’8% al 10%, mentre in Italia nelle ultime leggi di bilancio si è sempre cercato di non far scattare le clausole di salvaguardia che prevedono un aumento dell’IVA al 25,2% e del 26,5% per gli anni successivi (discorso valido quando erano vigenti le regole sul Patto di Stabilità, temporaneamente sospese a causa della pandemia, che verranno ridiscusse quest’anno nei tavoli Europei).

2) Quando si parla di debito pubblico bisogna poi chiedersi: “Chi lo detiene?”. Ed è qui che c’è un’altra differenza significativa tra Italia e Giappone. In Giappone, circa il 90% del debito pubblico è detenuto da risparmiatori residenti, e questo rende la situazione finanziaria più stabile rispetto all’Italia, dove circa il 30% del debito è in mano a investitori esteri. In caso di tensione, sarebbe preferibile avere il controllo sui propri capitali e sul proprio risparmio, cosa che in Italia avviene relativamente meno che in Giappone. Solitamente, una politica monetaria accomodante, grezzamente definita “stampa di moneta”, comporta una svalutazione della moneta e un aumento dell’inflazione. In Giappone questa cosa sembra succedere meno che in Italia, e questo perché residenti non cercano di liberarsi della propria moneta rispetto ad altre valute straniere, ma continuano a detenere in gran parte i titoli di Stato giapponesi (in Italia la percentuale di debito pubblico detenuta da residenti è passata dal 4% a fine anni 80 al circa 30% attuale).

Esistono poi altri motivi per cui la situazione italiana è diversa da quella giapponese: il debito giapponese finanzia in parte minore la spesa corrente, in particolare quella per pensioni. I lavoratori giapponesi vanno in pensione più tardi rispetto a quelli italiani di circa 8 anni. Questo rende la spesa previdenziale giapponese più bassa. Quelli finora elencati sono solo alcuni dei fattori che rendono sostenibile la situazione finanziaria giapponese indipendentemente dal debito pubblico. Ed è per questo che il caso giapponese è senza dubbio particolare e interessante da studiare, ma non è assolutamente paragonabile alla situazione macroeconomica italiana, in cui i problemi strutturali non possono essere risolti con soluzioni populiste e con la sovranità (monetaria).