Opinioni

David Borrelli spiega perché il M5S ha fatto bene a (non) allearsi con l'ALDE

David Borrelli da qualche tempo si trova nella bufera. L’europarlamentare protagonista della trattativa fallita tra ALDE e MoVimento 5 Stelle è sotto attacco da parte di Claudio Messora, che lo accusa di aver tradito i principi del M5S lavorando a un’alleanza con gli europeisti (e nella vicenda influiscono vecchi dissapori tra l’ex responsabile della comunicazione in Europa dei grillini e il trevigiano. In risposta agli attacchi Borrelli ieri ha pubblicato però un’esilarante auto-intervista sul blog di Beppe Grillo, nella quale ha risposto a una serie di domande che si è auto-fatto, donandosi alla fine l’assoluzione per l’accaduto.
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Già la scelta di non presentarsi a un dibattito pubblico e di non confrontarsi con le critiche tradisce la coda di paglia di Borrelli, che evidentemente ritiene di non avere abbastanza argomenti per confrontarsi con la controparte. Anche la scelta di pubblicare di venerdì sera fa comprendere molto delle difficoltà in cui si dibatte l’europarlamentare. Ma è la qualità delle risposte a dire molto di più. Come ad esempio quando tenta di spiegare le motivazioni della scelta dell’alleanza:

Agli inizi del mese di dicembre abbiamo iniziato a dialogare con l’unico gruppo che si è dimostrato disponibile a parlare con noi: l’ALDE. ALDE conta al suo interno 68 eurodeputati, suddivisi in due componenti che raccolgono i valori Liberali e Democratici europei.
68 eurodeputati che provengono da 21 nazionalità diverse (Belgio 6, Bulgaria 4, Repubblica Ceca 4, Danimarca 3, Germania 4, Estonia 3, Irlanda 1, Spagna 8, Francia 7, Croazia 2, Lettonia 1, Lituania 3, Lussemburgo 1, Olandesi 7, Austria 1, Portogallo 1, Romania 3, Slovenia 1, Finlandia 4, Svezia 3, Regno Unito 1) ognuna con la propria storia, ognuna col proprio percorso politico. Non esiste un’affinità completa. Esistono battaglie comuni e posizioni individuali. Immaginate cosa possano avere in comune un lettone con un inglese, un estone con un portoghese. Praticamente niente. Abbiamo incontrato il Presidente Guy Verhostadt più volte. Ci siamo conosciuti e confrontati. Non abbiamo mai nascosto le reciproche opinioni politiche.
Conosciamo le nostre diversità, perché in Europa funziona così: fai parte di un gruppo, ne accetti la struttura e porti avanti il tuo programma politico. Oltre a Verhostadt, a questi incontri, era sempre presente l’intero ufficio di Presidenza del gruppo ALDE: l’olandese Sophie in’t Veld e il ceco Pavel Telicka. Siamo giunti alla conclusione che c’erano margini di intesa su cui procedere.

Borrelli infatti sembra parlare non dell’accordo politico tra due realtà di estrazione completamente differente, ma dell’acquisizione di un’azienda concorrente: non sembra comprendere che a parte le necessità pratiche un’alleanza si deve fondare anche su affinità politiche per essere “digerita” e compresa. Da questo punto di vista M5S aveva più affinità politiche con l’UKIP che con l’ALDE. Ma il punto non sembra interessargli per niente.

Allora è vero che avete firmato un accordo?
No, non abbiamo firmato un accordo e i fogli che hanno circolato in rete sono documenti di ALDE. La scadenza, per la formazione dei gruppi per la seconda parte della legislatura, era fissata per il giorno 11 gennaio. Io ho dato la mia parola, Verhostadt ha dato la sua me. Questo significa definire un preaccordo e con questa garanzia abbiamo agito come sempre accade nel Movimento 5 Stelle:
1. Il garante politico propone un’opportunità politica
2. La rete esprime la sua volontà
3. I portavoce mettono in atto la decisione della rete
E mentre noi lanciavamo la consultazione online, chiedendo agli iscritti di votare su Rousseau (in linea coi principi di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle), Verhostadt ha chiesto al suo gruppo che si opposto. Un intero sistema ha fatto pressioni per bloccarci.
Verhostadt si è piegato alle pressioni dell’establishment, rimangiandosi l’accordo. Verhostadt non è un leader. Noi abbiamo agito con l’appoggio dell’80% dei votanti su Rousseau. Lui è un mister senza squadra.

Particolarmente curioso è poi che Borrelli ponga come argomento il fatto che non avesse firmato accordi con l’ALDE, evitando interessatamente di segnalare che i fogli erano sì documenti di ALDE, ma facevano parte della trattativa con i 5 Stelle. Che ci fosse o meno la sua firma è indifferente. Ma ancora più curioso è che Borrelli sostenga che Verhofstadt (di cui sbaglia l’esatta grafìa del nome per due volte consecutive) “si sia piegato all’establishment” quando sono stati i parlamentari di ALDE a non ratificare l’accordo votando, esattamente come hanno fatto gli iscritti a 5 Stelle. Evidentemente quando votano i grillini è democrazia, quando votano gli altri è dittatura.

E’ vero che i suoi colleghi portavoce non sapevano niente?
Chi doveva sapere, sapeva: Beppe Grillo, il capo politico del Movimento 5 Stelle. Tutti concordavamo nel voler creare un nostro gruppo. Le fughe di notizie ci hanno impedito di realizzare questo progetto. Le trattative sono azioni delicate che devono essere fatte con discrezione. Si sapeva che stavamo trattando, non si sapeva con chi.

Infine, Borrelli non riesce a scusarsi nemmeno del fatto di aver tenuto all’oscuro i suoi colleghi della trattativa, nonostante questa decisione abbia portato ad abbandoni e all’indebolimento della delegazione dei 5 Stelle. “Chi doveva sapere, sapeva”, sostiene Borrelli rivelando la realtà di una struttura proprietaria nella quale l’unica legittimazione all’azione politica proviene dal Capo Assoluto e dal suo favore. Una bella lezione per chi ripete la barzelletta della trasparenza e delle decisioni condivise.

Alessandro D'Amato

Il direttore di neXt Quotidiano