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Da Wembley a... Wembley, così 29 anni dopo Vialli e Mancini hanno riscritto la Storia

Lorenzo Tosa|

E la mente, di colpo, questa notte è tornata lì, dove tutto era cominciato. O, meglio, dove tutto, per Roberto Mancini e Gianluca Vialli, sembrava finito. Wembley, 20 maggio 1992. Finalissima di quella che all’epoca si chiamava ancora Coppa dei Campioni. L’ultima partita della “coppia più bella del mondo” insieme con quella maglia, quella blucerchiata, la stessa con cui per quasi un decennio hanno dato vita a una delle parabole sportive e umane più indimenticabili della storia del calcio italiano ed europeo.

A Genova esistono solo due modi per ricordarla: la Samp di Vialli e Mancini o, in alternativa, la “Samp dello Scudetto”. E chissà come la chiameremmo oggi se non fosse stato per il piede sinistro di quell’uomo in arancione di nome Ronald Koeman, il “cattivo” perfetto che, al minuto 112 di un match infinito, ha scaricato alle spalle di Gianluca Pagliuca il gol che ha deciso la finale e ha messo i titoli di coda su quell’irripetibile esperienza mistica, quasi religiosa.

Allora ognuno dei 20.000 sampdoriani presenti nella curva opposta – tra cui il sottoscritto – aveva capito che nulla sarebbe più tornato come prima. Gianluca Vialli era già stato promesso alla Juventus, i gemelli del gol separati per sempre, e con loro anche la folle idea che quello che era appena successo in Italia – Davide che batte Golia, la classe operaia che va in Paradiso – potesse ripetersi anche in Europa. Wembley, in fondo, il vecchio Wembley, quello con il fondocampo in terra battuta che assomigliava più a una pista di dressage per i bobby inglesi a cavallo, sembrava un buon posto e un buon nome per mettere le parola fine alle favole, anche se i buoni si erano dimenticati le battute del copione.

Ogni tanto ancora, a distanza di 29 anni, la vedo rotolare quella palla che Gianluca Vialli ha appena colpito con l’interno destro e che sfila con lentezza cinematografica a lato alla destra di Zubizarreta, nell’illusoria convinzione che la sua storia, la mia storia, quella di tutti noi, fosse cambiata per sempre per questione di centimetri. Ma il calcio è la cosa più seria tra le vicende umane frivole e concede sempre una seconda occasione, ma non ti dà l’appuntamento né ti dice come vestirti. In questo caso, a Luca Vialli e Roberto Mancini, ha lasciato solo un indirizzo: Royal Route, Wembley Park, per tutti semplicemente Wembley. Lo stesso di quel 20 maggio 1992, solo che nel frattempo lo hanno buttato giù e ricostruito da zero, senza scalfire un grammo della sua leggenda. E loro questa notte si sono fatti trovare pronti, con trent’anni di più e qualche capello in meno e due nuove vesti drammaticamente più difficili da portare, quelle di commissario tecnico il secondo e di capo delegazione della Nazionale il primo, entrambi inchiodati in un luogo che in vent’anni di carriera non hanno visto mai: la panchina. Il trionfo di stasera non è una rivincita, non può esserlo. È qualcosa di più. È una ferita che si ricuce, un cerchio che si chiude, una nuova storia che ricomincia da dove tutto sembrava finito.