Opinioni

Così il Salva-Italia di Monti ci costò 300 miliardi di PIL

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Carlo Di Foggia e Marco Palombi sul Fatto di oggi ci raccontano cosa c’è scritto in un box a pagina 17 del Piano nazionale di riforma (Pnr), uno dei tre pezzi di cui si compone il Documento di economia e finanza (Def) approvato dal governo il 12 aprile.

Il titolo è anodino: “Una valutazione del ‘Salva Italia’con la nuova variante del modello Igem con frizioni finanziarie ”. E che dice? Tradotto, questo: la manovra di Mario Monti, quella che secondo la vulgata di questi anni ci ha salvato dalla bancarotta nel dicembre 2011, in realtà ha distrutto l’economia italiana infliggendole minor crescita per 300 miliardi totali dal 2012 al 2015. Questa, a livello scientifico, non è una notizia per nessuno: una manovra di tagli e tasse, specie durante una crisi,distrugge Pil. La notizia vera è che sia il governo a scriverlo con questa nettezza nel suo più importante documento di finanza pubblica.

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Il salva-Italia di Monti e le stime del MEF

Il Tesoro invita implicitamente a fare un parallelo con la correzione dei conti pubblici che oggi l’Europa chiede al governo Gentiloni: “stiamo dicendo alla Commissione Ue che se non ci consentono di rallentare il percorso verso il pareggio di bilancio sarà un disastro”. Nel loro modello IGEM base, tot tagli di spesa portano a tot effetti sul PIL. Ma l’IGEM può tenere conto anche del deterioramento delle condizioni di offerta sul credito:

In sostanza, siccome le banche erano messe male, il decreto “Salva Italia” fu ancor più distruttivo di come si pensava: “La presenza di frizioni finanziarie amplifica gli effetti recessivi del consolidamento fiscale sia sul Pil sia sulle principali componenti della domanda (consumi e investimenti). In particolare, gli effetti sugli investimenti sono particolarmente severi in quanto la contrazione del valore del capitale bancario induce una corrispondente riduzione del credito” (cioè le banche tendono a prestare meno).
In una nota, il Tesoro è ancor più preciso: “Il premio per il finanziamento esterno aumenta e così ilcosto chele imprese devono sostenere per finanziarsi. A sua volta, l’aumento del costo dell’indebitamento spinge le imprese a ridurre gli investimenti, deteriorando così ulteriormente le prospettive di profitto e quindi il valore degli investimenti stessi. Questo meccanismo circolare di acceleratore finanziario’ è tale da indurre un’amplificazione dello choc”.

E quindi l’austerità imposta costò un calo medio (cioè ogni anno) di quasi il 10% degli investimenti e del 3,6% dei consumi tra il 2012 e il 2015 . Gli effetti sulla ricchezza prodotta in Italia (il Pil) sono pari invece al 4,7% in media, cioè circa 75 miliardi l’anno per quattro anni, vale a dire 300 miliardi.