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Cosa vuole fare Renzi con Equitalia

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«Entro l’anno arriverà il decreto che cambierà il modo di concepire il rapporto tra fisco e cittadini. Equitalia non ci sarà più che non vuol dire che le multe non si pagano più ma cambierà come. Confermo: entro l’anno bye bye Equitalia»: Matteo Renzi torna a promettere l’addio ad Equitalia, stavolta ai microfoni di RTL 102.5. Un annuncio a data destinata (visto che parla della fine dell’anno come termine ultimo) che il premier ha già ripetuto in più occasioni. Suscitando oggi l’ironia di Luigi Di Maio: “Ci fa piacere che M5S detti l’agenda politica del Premier. Basta annunci! Renzi passi dalle parole ai fatti #Equitalia“, scrive su Twitter il presidente della Camera.

Cosa vuole fare Renzi con Equitalia

Mentre c’è chi ricorda al premier che oggi già tanti comuni non hanno più Equitalia come agenzia di riscossione. “Siamo contenti se Renzi abolisce Equitalia entro l’anno. Il premier però sappia che questo è già possibile, perché tanti comuni si sono staccati da Equitalia, favorendo un rapporto più dialogante con i cittadini-contribuenti”, afferma Antonio Satta, componente del direttivo dell’Anci e segretario dell’Unione Popolare Cristiana (Upc). “Già nel 2012, il paese di cui sono sindaco, Padru in Sardegna, decise di gestire da sé la riscossione dei tributi, perché troppo spesso Equitalia non dimostrava di tenere conto delle esigenze delle famiglie o dei piccoli imprenditori – continua Satta – Quello indicato da Renzi è un percorso possibile, basta volerlo”. Ma come vuole Renzi cancellare Equitalia? Ne avevamo parlato subito dopo l’annuncio di maggio. All’epoca si scoprì subito che se c’è un piano per la cancellazione di Equitalia questo è ben nascosto nei cassetti del premier visto che dell’iniziativa di Palazzo Chigi non sapeva nulla nessuno.  Anche se a dire del premier «ci stiamo lavorando con il ministro Padoan, con la direttrice dell’Agenzia delle Entrate Orlandi e con il direttore di Equitalia», a Equitalia nessuno aveva mai sentito parlare di questo progetto. E, sempre all’epoca, non ne sapeva assolutamente nulla nemmeno il viceministro all’Economia Luigi Casero (Ncd), che è proprio il titolare della delega alle questioni fiscali. Questo però non vuol dire che il progetto non ci sia:

A sentire gli addetti ai lavori non cambierà granché, nella sostanza: cancellare Equitalia naturalmente non significa cancellare le cartelle esattoriali tanto antipatiche agli italiani, migliorare la situazione debitoria di chi ha multe e sanzioni arretrate, o ridurre il carico fiscale. A quel che si capisce, sondando le intenzioni di Palazzo Chigi, l’intenzione è fondamentalmente quella di cancellare il «brand» e financo lo stesso nome di Equitalia, la holding di cui è amministratore delegato Ernesto Maria Ruffini (una società al 51% dell’Agenzia delle Entrate e al 49% dell’Inps), che riscuote materialmente le imposte non pagate per conto delle istituzioni pubbliche. Un marchio che certamente non può per definizione essere «simpatico», e che nella lunga fase della crisi è diventata poco sopportabile ai contribuenti.
Anche per certe pratiche particolarmente odiose, da un po’ di tempo eliminate, come la possibilità che un tempo aveva Equitalia di pignorare la prima casa di chi non pagava una cartella, o quella di «bloccare» con il fermo amministrativo l’automobile o il furgone necessario per lavorare (e guadagnare i soldi necessari per pagare le tasse arretrate). Adesso, peraltro, è possibile pure suddividere in 120 rate gli importi dovuti. È stato ridotto al 6% l’aggio, ovvero la percentuale che Equitalia si «mette in tasca» quando riscuote una cartella esattoriale: somme che servono per far funzionare la macchina e pagare gli stipendi ai circa 8mila dipendenti. (Roberto Giovannini, La Stampa, 20 maggio)

Cancellando Equitalia, che è l’erede delle 40 società di proprietà dei gruppi bancari che avevano in gestione la riscossione (unificate dal primo luglio), il governo spera dunque soprattutto di cancellare la sensazione «cupa» che Equitalia porta con sé inevitabilmente. Anche perché è la legge (e non l’esattore) a far sì che una semplice contravvenzione raddoppi se non pagata dopo 60 giorni, imponendo a chi la riscuote di versare al Comune che ha emesso la cartella anche i relativi interessi di mora.