La macchina del funky

Cosa succede se vince il NO al referendum

Francesco Verderami sul Corriere della Sera dipinge oggi uno scenario teorico sul referendum sulle riforme promosse dal governo Renzi, facendo notare che la vittoria del fronte del NO avrebbe sì l’effetto di rottamare l’esecutivo, ma anche una serie di effetti collaterali che coinvolgerebbero anche il MoVimento 5 Stelle, che ha da guadagnare dall’Italicum visto che permetterebbe di vincere le elezioni senza fare alleanze a causa del ballottaggio. Una nuova legge elettorale invece non darebbe questo tipo di garanzie al M5S:

Perché è vero che la bocciatura delle riforme costituzionali rappresenterebbe un successo delle forze anti-sistema, sarebbero anzitutto loro a beneficiarne politicamente. Tuttavia, per quanto possa apparire paradossale, il voto popolare che condannerebbe Renzi alla rottamazione renderebbe (quasi) impraticabile la strada verso il potere ai grillini. L’ha spiegato sul Sole il professor D’Alimonte con «la logica dei numeri»: siccome l’Italicum è lo strumento che dà a M5S «la migliore possibilità di vincere facendo un governo senza alleanze», solo una vittoria del «sì» salverebbe quel meccanismo elettorale. I dirigenti del movimento sono consapevoli che l’Italicum è «una risorsa», sebbene non possano dirlo né abbiano spazi di manovra al referendum, dato che sono schierati contro la riforma. Ma una vittoria del «no» cambierebbe verso anche alle loro prospettive, rischiando di comprometterle.
Perché a quel punto il sistema si troverebbe dinnanzi a un bivio, se Renzi mettesse in pratica ciò che ripete da mesi: in caso di sconfitta ha annunciato infatti che lascerebbe Palazzo Chigi, e «per ragioni di dignità smetterei anche di fare politica». Intanto c’è capire quando rassegnerebbe le dimissioni da premier: dato che il referendum si terrà in ottobre — mentre il Parlamento è in sessione di bilancio — attenderebbe l’approvazione della legge di Stabilità prima di congedarsi? Il timing è fondamentale.

referendum no verderami
In più Verderami indaga la possibilità di un voto con due diversi sistemi elettorali tra Camera e Senato:

E se si arrivasse allo scioglimento anticipato, il Paese sarebbe chiamato a eleggere la Camera con il sistema iper-maggioritario dell’Italicum, e il Senato — sopravvissuto alla riforme — con il Consultellum, che è un meccanismo proporzionale con soglie di sbarramento su base regionale. L’ingovernabilità sarebbe garantita: perché con due rami del Parlamento eletti con modelli diversi e da corpi elettorali diversi, non esiste una formula magica. Lo sostengono gli esperti e lo raccontano le simulazioni che vennero fatte dopo le Europee, quando il Pd superò il 40%: nonostante quel risultato, al Senato non aveva maggioranza. Perciò, qualora riuscissero nello stesso exploit, «anche i grillini — secondo il costituzionalista democrat Ceccanti — avrebbero bisogno di un Verdini per governare».
Sono calcoli che Di Maio conosce, e che sono stati analizzati dai dirigenti a Cinquestelle. Così il fallimento della contestata «rivoluzione renziana», rischierebbe di trasformare l’eventuale successo di M5S in una vittoria dimezzata, e di risucchiare il Movimento nella «palude» della restaurazione. Questo processo potrebbe verificarsi dopo le elezioni, o anche prima se riuscisse un gioco di Palazzo che al momento appare immaginifico. È l’altra strada che si parerebbe davanti al bivio, se il «no» vincesse al referendum. Ed è incredibile constatare come l’altro ieri Berlusconi abbia detto in pubblico le stesse cose che ieri autorevoli esponenti della minoranza del Pd hanno spiegato in privato: «Bocciata la riforma, Renzi va a casa e nasce un governo di unità nazionale prima di tornare al voto».