Economia

Cosa c'è dietro gli 85 euro agli statali

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Gli 85 euro di aumento rappresentano una media mensile, lorda, non a caso: il tentativo, del tutto sperimentale, sta nell’«accorciare la forbice tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno», ribadisce la ministra della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, parlando al TG1 del cuore dell’intesa raggiunta ieri con i sindacati sul pubblico impiego. Un accordo quadro che traccia le linee per lo sblocco della contrattazione dopo sette anni.

Cosa c’è dietro gli 85 euro agli statali

Non è ancora il contratto vero e proprio ma la sua cornice, ovvero la base di partenza da cui partiranno i tavoli negoziali. Si tratta di rimettere mano alla cosiddetta scala parametrale, alle qualifiche, per favorire gli stipendi inferiori, a cui il bonus 80 euro non sarà scalato. “Niente penalizzazioni” si legge nel testo dell’intesa. Per il governo la sovrapposizione non dovrebbe riguardare più di 150-200mila dipendenti (per un controvalore di circa 100 milioni). Starà alle parti trovare la soluzione o spingendo su una leva fiscale, ma in questo caso ci vuole la legge, oppure spuntando gli aumenti per le fasce alte (un approccio alla Robin Hood). E proprio per la firma dell’accordo i sindacati hanno dovuto sottostare a una serie di concessioni rispetto all’inizio della trattativa. Ad esempio, scrive Carlo Di Foggia sul Fatto, l’accordo prevede un aumento di “85 euro medi lordi mensili”, 55 netti, che peraltro sarà pieno solo alla fine del triennio 2016-2018. I sindacati chiedevano che questa fosse la cifra “minima”e non media, ma ha vinto la linea del governo. Parliamo di me
no di 2 euro netti in media al giorno di fatto dal 2019. Solo due mesi fa Cgil, Cisl e Uil chiedevano un aumento non inferiore a 150 euro lordi mensili.

L’accordo, secondo il ministro Marianna Madia costa “quasi 5 miliardi in tre anni”. Compresi gli oneri, servono 2,3-2,5 miliardi l’anno. Soldi che non ci sono. La legge di bilancio mette 1,5 miliardi per il 2017, che a al netto degli 80 euro per militari e polizia e gli spiccioli per le assunzioni si riducono a 850 milioni. Poi ci sono i 300 milioni della vecchia legge di stabilità. Con questi soldi – calcola il sindacato Usi sul Foglietto della ricerca – si arriva a 10-15 euro lordi mensili in più per il 2016 (meno di mezzo euro lordo al giorno), 18-25 per il 2017 (60-75 centesimi lordi al giorno). Il governo deve quindi trovare 5 miliardi e dispari, ma deve farlo nello stesso periodo in cui con la manovra s’è impegnato ad attuare una stretta sui conti da 35 miliardi (oltre a tagliare l’Irpef).

85 euro statali
L’«intesa» sui lavoratori statali (Il Messaggero, 2 dicembre 2016)

Dalle trattative sono state escluse le altre sigle. “Quando abbiamo protestato – spiega Luigi Romagnoli dell’Usb (che proponeva un aumento di 300 euro mensili per tutti) – il sottosegretario Rughetti ci ha spiegato che non si stava trattando sul contratto ma su un‘accordo politico’, quindi non valevano le solite regole”. Fin qui gli impegni. Le vere trattative sui contratti dei vari comparti partiranno quando la Madia invierà le linee guida all’Aran, l’agenzia che rappresenta la Pa come datore di lavoro, ma solo dopo il varo del nuovo testo unico del pubblico impiego. Se ne riparla per la metà del 2017. Il governo, poi, promette di prorogare il contratto a 40 mila precari dello Stato a cui il Jobs act vieta il rinnovo oltre il 2017 e di cui s’era scordato nella manovra.

Gli incrementi di 15 euro al mese?

C’è poi un altro particolare interessante riguardo l’accordo, evidenziato oggi da Luca Cifoni sul Messaggero: gli 85 euro di aumento lordo mensile promessi ai dipendenti pubblici potrebbero ridursi, e di molto, al netto. Per chi ha un imponibile di 24-26mila euro al mese l’incremento retributivo farebbe scattare la trappola degli 80 euro, facendo perdere una parte del credito d’imposta a suo tempo riconosciuto dal governo Renzi.

Tutto dipende da comeèstato congegnato due anni e mezzo lo sconto Irpef. Si trattava allora di mettere d’accordo due esigenze: la prima(politica) di far arrivare una cifra uguale per tutti e per questo anche più “riconoscibile”, la seconda (tecnica) di limitareil costo finanziario per lo Stato. Si decise così di far scattare alla soglia dei 24 mila euro di imponibile annuo un brusco decalage, tale da annullare a 26.000 l’importo del credito d’imposta. Il risultato, espresso in termini tecnici, è un’aliquota marginale effettiva superiore all’80 per cento.
Vuol dire che questa è la percentuale con la quale viene decurtato ogni eventuale incremento di stipendio. È il motivo per cui un po’ di contribuenti si sono trovati a dover restituire in tutto o in parte il bonus che era stato loro provvisoriamente riconosciuto dal datore di lavoro: se al momento della dichiarazione il reddito risulta per qualsiasi motivo unpo’ piùalto, scattala decurtazione. Ed è esattamente quel che capiterebbe ai dipendenti pubblici nella fascia di reddito interessata.

Quindi degli 85 euro di aumento contrattuale solo 15 arriverebbero effettivamente in tasca al dipendente, mentre i suoi colleghi che guadagnano un po’ di meno (ma anche un po’ di più) pur se pesantemente tassati ne vedrebbero comunque circa 56. Per ovviare al problema si pensa di incrementare al lordo maggiormente l’aumento per i lavoratori nella fascia critica, così da arrivare a un effetto netto simile.