Economia

Cosa cambia per gli italiani con la Brexit

Cosa cambia per gli italiani con la Brexit? L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avrà una serie di effetti sulla vita quotidiana degli europei e degli italiani. Molto dipende dall’esito di negoziati tra Londra e Bruxelles che richiederanno almeno due anni. I punti più sensibili e alcuni sviluppi sono però già chiari. La stessa Ue deve affrettarsi. In primo luogo a coprire il buco da tredici miliardi di sterline che si aprirà nel bilancio annuale con la cancellazione dei contributi inglesi — ma va calcolato anche il risparmio sui fondi che Bruxelles non verserà più al Regno Unito che secondo alcune stime ammonta a circa cinque miliardi di sterline, quindi il contributo netto dell’UK alla UE è intorno agli 8,5 miliardi di sterline.

Cosa cambia per gli italiani con la Brexit

I giornali oggi elencano oggi una serie di ripercussioni della Brexit. Si va dalle più serie alle meno importanti. Ad esempio il Corriere ricorda che con la sterlina bassa una vacanza in Gran Bretagna potrebbe costare meno. «Dal momento che il turismo è un’industria importante per il Regno Unito è difficile che vengano introdotte misure che riducano gli arrivi dall’Unione Europea o li rendano più complicati. È possibile, però, che ai cittadini europei venga chiesto di riempire una carta di sbarco e di segnalare le tappe e i luoghi di pernottamento, come già avviene ora con i turisti extracomunitari, e che ci siano nuovi limiti alle valute che si possono importare». Cambia invece molto per chi lavora in Gran Bretagna da “straniero”: «Gli «stabili» dovrebbero quindi continuare a usufruire dello stesso trattamento fiscale e previdenziale, mentre sugli altri si pone ora un grosso punto interrogativo. È probabile che una volta che arriva il distacco definitivo diventi decisamente più difficile fare esperienze lavorative in Gran Bretagna. Discorso diverso, forse, per quanto riguarda un impiego vero e proprio: potrebbe essere introdotto un sistema a punti che garantisce agli elementi più validi un trattamento non solo di riguardo ma anche più veloce».

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Il percorso di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (Repubblica, 25 giugno 2016)

A quanti ci vivono da almeno cinque anni verrebbe concessa la possibilità di restare a tempo indeterminato nel Paese, preservando i diritti acquisiti. Questo farebbe scattare la reciprocità per i due milioni di britannici che vivono nel resto dell’Ue, compresi i pensionati residenti in Spagna. Anche nello scenario più roseo, però, non avranno diritto a sussidi di disoccupazione e all’assistenza sanitaria, che dovranno pagare con un’assicurazione, e per loro diventerebbe quasi impossibile ottenere un mutuo o comprare casa. Il fronte del Remain aveva messo in guardia che “tutti i cittadini Ue perderebbero il diritto automatico a venire in Gran Bretagna per lavorarci” con probabili restrizioni sotto forma di permessi, visti e altri costi di burocrazia. In particolare chi non raggiunge un reddito annuale di 35mila sterline sarebbe costretto a partire e i settori più colpiti dai licenziamenti potrebbero essere quelli automobilistico e finanziario. Per molti esperti non ci sono garanzie neppure per i diritti acquisiti (al di la’ delle promesse del fronte pro-Brexit), in quanto questi diritti non sono menzionati nell’articolo 50 del Trattato dell’Unione europea che regolamenta l’uscita di uno Stato membro.
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Il dettaglio del voto sulla Brexit per territori e fasce d’età (Corriere della Sera, 25 giugno 2016)

Lavoro, studio, investimenti: cosa cambia con la Brexit

Per le società, spiega invece Il Sole 24 Ore, trasferirsi o avere una sede a Londra non avrà più molta convenienza. Dopo la Brexit non sarà possibile nemmeno usufruire della ritenuta all’1,375% a favore delle società UE:

Non sarà più applicabile la direttiva “madri e figlie” che, a certe condizioni, prevede l’esenzione dei dividendi corrisposti a società madri della Ue. Né si potrà interporre una società Ue per via della clausola antiabuso contenuta nella direttiva. Non si potrà applicare la direttiva “interessi e royalties” che prevede l’esenzione da ritenta su questa tipologia di flussi reddituali corrisposti a società madri della Ue. L’unica facoltà sarà l’applicazione della convenzione con il Regno Unito che abbatte la ritenuta sui dividendi al 5% (se la società beneficiaria detiene almeno il 10% dei voti della partecipata) o al 15% negli altri casi; la ritenuta sugli interessi al 10%; e la ritenuta sulle royalties all’8 per cento.

Gli investimenti in titoli di emittenti inglesi o quotati in Inghilterra subiranno penalizzazioni. La prospettiva doganale dovrebbe cambiare radicalmente, aggiungendosi un nuovo Paese al novero degli extraUe, mentre le merci non saranno più libere di muoversi attraverso i confini Uk/Ue. Le merci in esportazione dovranno essere dichiarate con bolletta doganale con un onere amministrativo e dichiarativo in più. Le importazioni diverranno imponibili. E c’è anche un allarme per il primato su ricerca e accademia:

Londra oggi ha record di fondi europei conquistati per la ricerca e rappresenta la meta più gettonata da migliaia di cervelli oltre che da 150mila studenti che ogni anno dall’Ue scelgono i prestigiosi atenei d’Oltremanica per i loro studi (almeno 5mila sono italiani). Subito dopo il referendum diversi atenei inglesi, a partire dal Kings college e dall’Imperial college di Londra, hanno assicurato gli studenti che almeno per i prossimi due anni non cambierà nulla (dalle tasse ai possibili visti). E che si farà di tutto per mantenere l’internazionalità, aspettando le decisioni del Governo.
A rischio anche il progetto Erasmus , ma l’Uk potrebbe seguire il modello della Svizzera e cioè pagare per far partecipare i propri studenti al programma di mobilità. Tra i “talenti” colpiti anche i calciatori: finora quelli europei potevano avvalersi del diritto alla libera circolazione. Ma ora potrebbero essere trattati come extracomunitari: servirà un permesso di lavoro, rilasciato a chi ha disputato il 75% delle partite con le loro Nazionali negli ultimi 2 anni.

Poi c’è il problema delle low cost. Il successo delle linee aeree low cost è dovuto alla rimozione, da parte dell’Unione europea, di vecchie restrizioni bilaterali e alla liberalizzazione della concorrenza sulle stesse tratte. Con l’uscita dall’Unione la compagnia Easyjet, che è una società britannica, avrà bisogno di nuovi accordi per continuare a operare liberamente in Europa mentre RyanAir, che è irlandese, ha già fatto sapere che limiterà gli investimenti nel Regno Unito per i prossimi due anni concentrandosi invece sulla Spagna e forse l’Italia. Infine, l’assistenza sanitaria. «Oggi un cittadino europeo in Gran Bretagna ha diritto a cure mediche e ospedaliere con l’assicurazione medica europea, che continuerà a funzionare fino al divorzio definitivo. In futuro potrebbe essere trattato come un extracomunitario, che ora paga tariffe da 120 sterline per le visite generaliste e per il ricovero all’ospedale paga in anticipo o si impegna per iscritto a saldare quando viene dimesso. Le tariffe per gli extracomunitari sono il 150% di quelle nazionali. Agli extraeuropei con permesso di soggiorno superiore a sei mesi viene addebitata una tassa per la sanità che dà accesso gratis ai servizi sanitari: potrebbe valere anche per gli europei», ricorda il Corriere.

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