Cultura e scienze

Coronavirus: perché bisogna fare più test del tampone

test tampone coronavirus

Fabrizio Pregliasco sul Corriere della Sera oggi spiega in cosa consiste il test del tampone laringo-faringeo per accertare la positività al Coronavirus SARS-COV-2 e a COVID-19: “Misura il virus circolante in gola o nelle narici. In laboratorio, nel campione biologico prelevato, grazie a un meccanismo di replicazione si amplifica il genoma del virus fino a renderlo evidente. Per la procedura serve un laboratorio di biologia molecolare che faccia anche i controlli”.

Coronavirus: perché bisogna fare più test del tampone?

E spiega anche perché sarebbe preferibile allargare la base dei soggetti sottoposti a tampone: “Sì, nelle regioni non ancora pesantemente colpite da Covid-19 e in generale sul personale sanitario e delle Residenze Sanitarie assistenziali per anziani”, ma avverte anche: “Il risultato del tampone è la fotografia di un istante che dà in qualche caso una falsa sicurezza: si è negativi oggi, ma positivi domani”. Ma in ogni caso sarebbe impossibile, secondo Pregliasco, fare test a tutti.

I laboratori sarebbero sotto pressione e il risultato non darebbe valore aggiunto a quel che si deve fare: quarantena e/o distanziamento sociale. Parlando di tamponi laringo-faringei, secondo il calcolo di Stefano Massaro, ad di Cerba Health Care Italia (specializzata nella diagnostica ambulatoriale e nelle analisi cliniche), le quattro maggiori strutture di laboratori privati in Italia (compresa quella che guida) possono aggiungere 5 mila test ai circa 10 mila tamponi al giorno del sistema sanitario nazionale. Se per eccesso si arrivasse a ipotizzare di farne in tutto 50mila, per testare il 70 per cento della popolazione italiana ci vorrebbero 900 giorni.

coronavirus test del tampone
Coronavirus e test del tampone (Corriere della Sera, 23 marzo 2020)

RobertoBurioni, professore di Microbiologia e virologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, precisa: «Il tampone, attualmente usato per intercettare la presenza del virus nel naso e nella gola, è molto affidabile e preciso. Però ormai non ha molto significato in chi ha sintomi respiratori e per di più ha una polmonite che si può facilmente vedere con una lastra ai polmoni. Finita la circolazione del virus influenzale, questa condizione è praticamente solo da coronavirus». E il tampone non potrebbe nemmeno essere utile in chi ha sintomi lievi: «Queste persone devono, in ogni caso, stare a casa. Così pure i loro contatti. È invece indicato per capire chi è veramente guarito — dice Burioni —. Per parlare di guarigione occorre che due tamponi, eseguiti a distanza di uno o due giorni, risultino negativi». Nicola Bedin sulla Stampa oggi spiega:

Non dobbiamo assolutamente guardare il numero dei nuovi contagiati: è un valore fuorviante perché rappresenta solo una porzione del vero totale degli infetti, e restituisce quindi un quadro che sottostima la situazione reale. Il tampone viene fatto solo alle persone che manifestano sintomi evidenti, e in molti casi nemmeno a tutte queste: ci sono infatti parecchi soggetti sintomatici a cui il tampone non viene eseguito. Il (parziale) censimento dei soli casi sintomatici è inoltre temporalmente sfasato rispetto al momento in cui l’infezione è stata contratta, visto che il periodo di incubazione dura in media circa 6 giorni (fino a un massimo di 14 giorni) e che possono passare altri 2 giorni circa per l’effettuazione del prelievo e avere poi l’esito del tampone.

E spiega che il governo dovrebbe istituire un sito internet per l’autodenuncia degli infetti:

Primo. Noi tutti dovremmo comportarci come se chiunque (ognuno di noi compreso) fosse infetto, usando quindi scrupolosamente tutte le accortezze del caso. Non uscire di casa e, se proprio si deve, stare distanti gli uni dagli altri, lavarsi le mani. Come se tutti fossimo portatori del virus. Secondo. Il Governo dovrebbe istituire un sito web nel quale tutte le persone che hanno sintomi perduranti (febbre, tosse secca, spossatezza, rinorrea, ecc.), ma che ad oggi non sono censite quali infette perché non oggetto di test, siano chiamate a segnalare la loro condizione e la propria posizione (con adeguate conseguenze penali in caso di omesse o false dichiarazioni).

In questo modo si avrebbe una mappatura (aggiornata) dei casi non ospedalizzati e della loro distribuzione sul territorio, sicuramente più significativa di quanto non sia il numero dei nuovi contagi giornalieri registrato dalla Protezione Civile. Questo tipo di approccio, inoltre, ci consentirebbe di avere maggiore consapevolezza delle guarigioni (i casi non inizialmente classificati come contagiati non sono tracciati nemmeno quando risolti), per le quali è auspicabilmente attesa l’immunizzazione, contribuendo alla riduzione del rischio complessivo e aumentando il numero di soggetti pronti a contribuire alla ripartenza.

“Secondo me i tamponi devono essere estesi anche a chi ha pochi sintomi”, ha infine detto il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri (M5S), intervenuto ai microfoni della trasmissione ‘L’Italia s’e’ desta’, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Universita’ Niccolo’ Cusano. Sileri ha parlato della sua positività al Coronavirus. “Ho cercato di capire quale poteva essere stata la fonte di contagio. Io viaggio, prima delle chiusure sono andato a Milano. Ho capito di avere qualcosa che non andava da subito per uno strano bruciore agli occhi e per la perdita del sapore- ha raccontato- non sentivo il sapore del caffe’. Ho fatto subito il tampone e sono risultato positivo. Dopo quasi 2 settimane nessuno di coloro che e’ stato vicino a me e’ stato infettato, quindi la distanza sociale e il lavarsi le mani ha aiutato a scongiurare il contagio. Soprattutto all’inizio non ho preso tachipirina o altro perche’ volevo vedere l’andamento di questa febbre. E’ una febbre molto strana, perche’ dopo un’ora scompare, dopo 3 ore ti ritorna” ha concluso Sileri.

Leggi anche: Coronavirus: i numeri dei contagi in calo di ieri sono un buon segnale?