Cultura e scienze

Coronavirus: cosa c’è di vero nella storia dei 5,9 milioni di contagiati in Italia

Uno studio dell’Imperial College di Londra “rivela” che in Italia ci potrebbero essere tra i sei milioni e i quindici milioni di contagiati (ovvero quasi un quarto della popolazione italiana). Ma qual è la verità?

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Ogni giorno alle 18 gli italiani si mettono in religioso ascolto del bollettino della Protezione Civile sul numero dei contagi e dei decessi da Covid-19. Tutti sperano di assistere al tanto annunciato “picco” e al conseguente calo della curva epidemica. Ma sappiamo anche che quei dati sono incompleti: non ci dicono veramente quanti sono i positivi in Italia e nemmeno quanti siano davvero le persone morte a causa dell’infezione da SARS-CoV-2. Non è perché “ci nascondono” qualcosa ma perché il metodo di raccolta dei dati non riflette la reale situazione dell’epidemia.

Sei milioni di contagiati da Covid-19 (ma potrebbero essere addirittura 15 milioni)

Secondo il Commissario straordinario all’Emergenza e direttore della Protezione Civile Angelo Borrelli «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile». Il che significa che a fronte di 101.739 casi rilevati (75.528 quelli attualmente positivi alla data di ieri) ci potrebbero essere circa un milione di persone in tutta Italia che hanno contratto il coronavirus. Ma quanti sono realmente? La risposta è che non lo sa nessuno. Ma l’Imperial College di Londra ha pubblicato uno studio dal titolo Estimating the number of infections and the impact of nonpharmaceutical interventions on COVID-19 in 11 European countries. Come spiega il dottor Roberto Burioni su Twitter «L’ICL stima le infezioni di COVID-19 in Italia al 28/3: 9,8% della popolazione, 5,9 milioni di casi. Capite perché i numeri che sentite in tv alle 18 non hanno molto significato? Capite perchè l’Italia ha tanti morti in più rispetto alla Germania?».

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Secondo l’ICL «cumulatively, 5.9 [1.9-15.2] million people have been infected as of March 28th, giving an attack rate of 9.8% [3.2%-25%] of the population».  Si nota subito una cosa, l’intervallo della stima sul numero di infetti va da 1,9 milioni a 15,2 milioni  (circa il 25% di tutta la popolazione italiana) di persone con un tasso di riproduzione del coronavirus che varia dal 3.2% al 25% (ovvero la media delle infezioni secondarie per ogni caso positivo). Un margine di incertezza davvero molto ampio che in buona sostanza ci dice davvero poco rispetto alla situazione attuale.

Quali sono i problemi del modello dell’Imperial College

Il che non significa che i casi segnalati e testati (e i decessi) siano esattamente quelli dei bollettini giornalieri. Ma cosa possiamo dire della stima dell’Imperial College? Secondo Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, il dato sui quasi sei milioni di contagiati da Covid-19 è improbabile: «facciamo qualche conto: se abbiamo poco più di 70.000 casi positivi, pur moltiplicandoli per dieci per tenere conto dei casi sfuggiti e degli asintomatici, arriveremmo a 700.000 mila. Una cifra molto diversa da quasi 6 milioni. Inoltre bisogna tener conto del fatto che la maggior parte dei casi in Italia si è verificato al Nord, in Lombardia».

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Rezza sottolinea come quella dell’ICL sia una media nazionale il che significherebbe «che un’elevata parte di popolazione al Nord si sarebbe infettata e che il virus abbia circolato silente nel resto d’Italia?». In effetti i dati attuali ci dicono che l’epidemia è più diffusa al Nord che al Sud il che lascia supporre che per avere una media nazionale del 9,8% delle persone infettate al Nord Italia questa percentuale debba essere per forza molto superiore per compensare il dato minore del Sud.

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Fonte: Matteo Villa via Twitter.com

«Queste stime partono dai dati delle morti e fanno degli assunti, ma non tengono conto di studi di prevalenza e sierologici. Insomma – conclude Rezza – quello dell’Imperial College di Londra è uno dei gruppi più forti al mondo nell’elaborare modelli, ma la realtà italiana di Covid-19 è molto peculiare e differente nelle varie regioni, e occorre tenerne conto». Qual è il problema della ricerca lo spiega ancora meglio Matteo Villa dell’ISPI che sottolinea come il modello teorico dell’ICL parta dalla stima di oltre un milione di contagi in Italia già prima delle misure di quarantena prese coi vari DPCM (quindi prima del 9 marzo).

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Fonte: Imperial College

Quel modello di crescita è stato poi prolungato anche nelle settimane successiva al lockdown, che quindi dal 9 al 28 marzo non avrebbe avuto alcun effetto. Questo lascia intendere – tra le righe – che le misure prese dall’Italia siano state inutili? Non proprio visto che l’Imperial College è anche quello che ha convinto Boris Johnson a cambiare la linea sulle misure di contenimento del contagio. Eppure così come i dati della Protezione Civile anche quelli dell’ICL non rappresentano la realtà. Vanno quindi presi con le pinze, è altamente probabile che in alcune regioni italiane (soprattutto la Lombardia) il numero dei casi sia superiore a quelli noti ma questo non significa che questo modello possa essere applicato ovunque in tutta Italia senza tenere conto delle differenze (pensiamo ad esempio a quelle tra Veneto e Lombardia) che sono invece note.

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