Economia

Contratto a tutele crescenti: a chi si applica

A chi si applica il contratto a tutele crescenti? A tutti quelli che trovano lavoro dopo l’approvazione della legge, senza distinzione tra piccole, medie e grandi aziende. La riforma del lavoro prevede due tipi di contratti: quello a tempo determinato e quello a tempo indeterminato a tutele crescenti, senza reintegra. Per le imprese il secondo tipo di contratto costerà meno del primo. Il decreto sul contratto di lavoro subordinato a tutele crescenti è appannaggio oggi di tutti i datori di lavoro, anche se c’è una differenziazione tra i datori che occupano fino a 15 dipendenti. Se per effetto della nuova assunzione si supera la soglia di 15 dipendenti, si applicano a tutti, anche ai vecchi assunti, la nuova disciplina. Anche perché in caso contrario si dovrebbe applicare la vecchia disciplina dell’articolo 18. Il Sole 24 Ore riepiloga in questa infografica il contratto a tutele crescenti e a chi si applica:
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CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI: A CHI SI APPLICA
La nuova disciplina vale dunque per operai, impiegati e quadri e per i lavoratori destinatari della conversione di un contratto a tempo determinato o di apprendistato. È esclusa, con riferimento al licenziamento disciplinare, la possibilità di disporre la reintegrazione, anche nel caso di insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, che comporta nelle imprese di dimensioni maggiori l’applicazione di tale rimedio. Invece, in caso di licenziamento fondato ma affetto da vizi formali (difetto di motivazione) o procedurali (violazione della procedura di contestazione disciplinare), l’indennizzo a carico delle piccole imprese sarà pari a mezza mensilità per anno di servizio, tra un minimo di uno e un massimo di sei. In più, scrive il Sole 24 Ore:

Anche le piccole imprese potranno utilizzare, per i licenziamenti, la nuova forma di conciliazione agevolata, successiva al licenziamento, introdotta dal decreto, che prevede la possibilità (non l’obbligo) per il datore di lavoro di offrire al dipendente, in una sede “protetta” e a mezzo assegno circolare, un importo predeterminato esentasse. Se il lavoratore accetta, la questione licenziamento è definitivamente chiusa. Per le piccole imprese, l’importo è dimezzato: mezza mensilità per anno di servizio, con il minimo di uno e il massimo di sei.

CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI: LICENZIARE CONVIENE
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Grazie alle nuove norme licenziare conviene. La tabella precedente, compilata su dati dell’Ufficio territoriale della UIL, illustra la differenza nel corrispettivo economico da corrispondere al lavoratore. In più, le nuove regole sui licenziamenti individuali si applicano anche ai licenziamenti collettivi,relativamente ai dipendenti assunti con contratto a tutele crescenti. Ciò significa che,per questi ultimi, eventuali licenziamenti illegittimi non sarebbero sanzionati con il reintegro (tranne che per i casi d idiscriminazione e di insussistenza del fatto disciplinare) ma con gli indennizzi. La norma potrebbe rivelarsi di difficile applicazione in caso di licenziamento di lavoratori in parte coi vecchi contratti e in parte coi nuovi. Spiega Repubblica che la cancellazione dell’articolo 18 per i neo assunti renderà monetizzabile l’uscita e conveniente l’entrata. Ma il primo importo è inferiore al secondo, per molte classi di reddito. Ne deriva un vantaggio per l’impresa.

È possibile quantificare il vantaggio?

La Uil, Servizio politiche territoriali, l’ha fatto. Il guadagno per l’azienda sarebbe di circa mille euro per un lavoratore con reddito medio (22-25 mila euro annui) licenziato dopo un anno. Tra 12 e 14 milaeuro, se licenziato dopo tre anni. Sugli 8-9 mila euro,se messo alla porta dopo 5 anni, quando uno dei bonusnon c’è più (lo sgravio contributivo triennale).
Si tiene conto dei calcoli del ticket Fornero?

Sì. L’imprenditore quando licenzia deve pagare al lavoratore 490 euro per un massimo di 3 anni, oltre all’indennizzo dovuto se il licenziamento è illegittimo. Nonostante questo importo, la convenienza ad assumere per licenziare presto, nel giro di uno o tre anni, esiste.
Si riduce il costo del lavoro. Vero?

Certo. La deduzione integrale del costo del lavoro dall’Irap è una misura strutturale e benefica per le aziende. I contributi azzerati valgono per tre anni (2015-2017) e si riferiscono solo alle assunzioni del 2015. Se però il governo decidesse di rendere anche questa misura strutturale, potremmo assistere alla fine del contratto indeterminato e all’inizio di un turn over forsennato, favorito dalle leggi e foraggiato dagli incentivi. L’opposto dell’obiettivo.

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